lunedì 29 febbraio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #7 - OUTSIDE

Mentecatti, mentecatte, bambini di tutte le età: buon pomeriggio e benvenuti all'appuntamento numero 7 (sette) con AUTODIDATTA, la rubrica di scrittura creativa della quale Umberto Eco, prima di morire, ha detto: "Che cazz'è?"
Com'è stato questo febbraio 2016? Avete visto che finalmente è arrivato il tanto agognato (da voi) inverno?
A me è iniziato di merda, poi è andato migliorando in quanto a esperienze personali e a tasso d'ansia delle mie giornate: insomma, un mese come tutti gli altri.
Spero voi possiate dire lo stesso, o anche di meglio magari.
Come già ho preventivamente annunciato, questo sarà l'episodio conclusivo di questo breve esercizio mio personale; il fantasma di Raymond Carver alla fine di questa pagina potrà tornarsene nell'aldilà liberamente, pronto ad aspettare che un altro aspirante scrittore lo evochi per cercare di strappare un minimo del suo talento e della sua dimestichezza con le parole. La solita routine insomma.
L'appuntamento di questo mese nasce come al solito da un altro esercizio di scrittura creativa che il buon Raimondo ha lasciato a noi poveri mortali, ovvero "scrivere un racconto in cui l'azione riguardi o prenda le mosse da una telefonata".
Semplice, no? Circa, come al solito. Ma sono abbastanza soddisfatto del risultato.
E in generale lo sono di tutta l'esperienza con AUTODIDATTA, che mi ha dato la possibilità di esercitare la mia creativa con temi del tutto casuali e a volte inaspettati o addirittura lontani dai miei classici percorsi creativi. Un bello e lunghissimo "compito a casa" di scrittura creativa che mi sento di consigliare.
Bene, io vi lascio con MY SHIT'S FUCKED UP, del vecchio Warren Zevon, sperando che il racconto vi piaccia almeno un po' quanto la canzone.
Noi ci risentiamo più avanti... per una notizia che forse qualcuno sa già, che altri si aspettano, che ad alcuni invece non importerà proprio per nulla.

Buona lettura,
Simone

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     Il contatto dell'acqua gelida con il volto di Gary lo lasciò per un secondo senza fiato. Gli occhi chiusi, la bocca semi-aperta, nel silenzio assoluto poteva quasi sentire le gocce d'acqua evaporare sulla sua pelle.
Con uno scatto si tirò su dal lavandino di ceramica bianca e appoggiandosi al bordo fissò lo sguardo nello specchio. Dall'altra parte stava un uomo sulla cinquantina magro e con gli occhi castani, le occhiaie e il naso aquilino; se pochi, ispidi, peli gli adornavano mascella e guance, la superficie del cranio era invece del tutto glabra. Il riflesso gli ributtò addosso anche l'immagine del maglione a scacchi e della camicia ocra che portava addosso: un quadretto tutt'altro che peculiare, in qualunque senso e modo.
Rimase per qualche istante a fissarsi, inspirando ed espirando con forza, per assicurarsi che la sua immagine copiasse davvero ogni movimento del suo petto. Era una cosa che faceva tutte le mattine appena sveglio; si rendeva conto che non fosse ascrivibile alla sfera dei comportamenti “normali”, ma non c'era niente di normale nella sua attuale situazione. Insomma, la sua vita sarebbe comunque stata folle e insensata anche senza quel singolo rituale mattutino. Si passò sul viso l'asciugamano blu pastello e inforcò gli occhiali, avvitando la manopola dell'acqua fredda fino a chiuderne il flusso. Quindi piegò l'asciugamano in quattro e lo appoggiò al bordo del lavandino, uscendo e chiudendo delicatamente la porta.
La stanza in cui “loro” avevano deciso dovesse passare il resto dei propri giorni era confortevole, e le pareti chiare e il pavimento in parquet avrebbero messo a proprio agio chiunque. Il letto matrimoniale e la cabina armadio che si trovava tra la porta del bagno e l'unico finestrone la riempivano quasi del tutto, lasciando spazio solo a uno striminzito comodino con un telefono fisso sopra, un tavolino circolare e la porta d'entrata, chiusa. Come sempre, le tapparelle erano serrate e a illuminare la stanza ci pensavano dei larghi fari circolari sul soffitto. La gruccia attaccata alla porta d'entrata era vuota: il cappotto di Gary stava nell'armadio, privo di utilità in quella sua esistenza confinata. Finto. Ecco di cosa sapeva quell'ambiente, guardandolo con gli occhi della verità come faceva Gary. Di finto; aveva l'aspetto di un rifugio, un'oasi di pace e tranquillità, ma non era altro che una delle celle in cui “loro” avevano rinchiuso i pochi umani rimasti.
Gary raggiunse il lato del letto in cui si trovava il comodino e vi si sedette, composto.
Prese la cornetta di plastica nera del telefono fisso e sul tastierino compose il numero “102”, che stava scritto su un'etichetta bianca appiccicata all'apparecchio.
Il sordo segnale di chiamata gli regalò la solita sensazione d'ansia.
E se Joe non avesse risposto, quella volta? Se l'avessero portato via, come avevano fatto con alcuni degli altri prigionieri? Se per qualche motivo avessero deciso che il loro monotono rapporto telefonico non avesse più senso di esistere? Gary cercò con tutte le forze di scacciare quelle domande dalla sua mente. Non poteva nemmeno pensare a un'eventualità di quel tipo, a essere abbandonato definitivamente nella propria solitudine. Perché era proprio ciò che erano lui e i pochi altri sopravvissuti: soli.
Loro” erano arrivati in un giorno qualunque di una settimana qualunque di un anno prossimo al 2030, da chissà quale pianeta dell'universo, e avevano deciso che la Terra era di loro proprietà. Avevano ucciso il 90% della popolazione umana e cancellato nel giro di tre giorni ogni società, cultura e religione esistente; i pochi che, chissà per quale motivo, avevano deciso di risparmiare li avevano stipati in camere come quella, per studiarli. Studiarli, esatto, o meglio per studiare l'andamento delle loro facoltà mentali in condizioni di quasi completa solitudine: ciascuna camera era chiusa, videosorvegliata e priva di qualunque tipo di accesso al mondo esterno che non fosse il finestrone (che, comunque, dava sul deprimente relitto fumante di quella che un tempo era Los Angeles). L'unico tipo di contatto a loro disposizione con un altro luogo era il telefono, collegato solo al numero riportato sull'apparecchio: il cibo compariva all'interno della camera, sul tavolino circolare, a ogni suo risveglio e, come potete immaginare, il numero di pisolini schiacciati nel corso di quelle giornate senza tempo era sensibilmente alto.
Quante volte aveva già suonato a vuoto la cornetta?
Gary aveva perso il conto e scoprì di essere ormai piombato nel terrore. Poi, improvviso, un fruscio. E la voce di Joe, finalmente.
- Sì, pronto?
- Joe! Joe sei tu?
Un suono soffocato, forse un colpo di tosse, Gary non riuscì a distinguere con precisione.
- Certo. Chi dovrei essere?
- Io... pensavo ti avessero portato via. Pensavo ti fosse successo qualcosa.
- No, Gary, non mi è successo niente. Sono ancora qui, nella mia camera, come sempre.
- Già. Anche io. Hai guardato fuori dalla finestra?
Nessuna risposta, solo fruscio di sottofondo. Un'altra voce? Dei passi? No, non era possibile.
- Scusami, cosa?
- Dicevo, hai guardato fuori dalla finestra questa mattina?
- E per trovarci cosa? Ma perché me lo chiedi?
- Così.
- Hai... tu hai guardato fuori dalla finestra?
- Io? No! È come hai detto tu: perché dovrei farlo?
- Già. È proprio come ho detto io.
La telefonata durò ancora qualche minuto.
Gary raccontò a Joe di quella volta in cui lui e sua figlia erano andati allo zoo e Joe gli disse che gli zoo non gli piacevano, che ogni volta che vedeva un'animale in gabbia gli veniva la nausea perché non era giusto. Frasi di circostanza cariche di rassegnazione, qualche battuta amara e lunghi, lunghissimi silenzi. Come tutte le altre volte, il loro momento di condivisione giornaliero era gonfio di respiri pesanti e apprensione; Gary avrebbe avuto un milione di domande da fare a Joe su chi era e cosa faceva priva dell'invasione, ed era certo che anche Joe ne avesse altrettante visto il costante senso di timida curiosità che proveniva dalle sue parole, ma erano entrambi restii a sciuparle. D'altronde, con ogni probabilità avrebbero continuato a parlarsi senza potersi vedere fino alla fine dei tempi, sicuramente fino a quando “loro” non avrebbero sentenziato diversamente.
- Beh, allora ciao - disse Joe interrompendo l'ennesimo e lungo silenzio.
- Sì, ciao. A domani?
- Abbiamo altra scelta?
Gary non rispose. Non ne aveva bisogno. Semplicemente lasciò che il respiro di Joe venisse interrotto dal suono della plastica della cornetta del suo telefono che si poggiava su quella del suo apparecchio, sul suo comodino, nella sua camera, dovunque fosse.

      Ma Joe non era in nessuna camera e il suo telefono non era su nessun comodino.
Si trovava invece dietro una grossa scrivania di legno semicircolare assieme a un quadernone dalla copertina blu riempito di moduli stampati, da qualche penna e soprammobile e dallo schermo ultrapiatto di un computer il cui case di plastica grigia se ne stava al di sotto: la reception, il suo personale e centimetrico regno.
Joe”, che in realtà si chiamava Larry, staccò la mano dalla cornetta e abbandonò la schiena sulla poltroncina girevole che ormai aveva preso la forma delle sue grasse chiappe; lo schienale cigolò con violenza come aveva fatto fin dal primo giorno in cui gliel'avevano consegnata. Avrebbe potuto trarre in inganno chiunque nel far credere che si sarebbe frantumato in mille pezzi, tutti, ma non lui, che dietro quella scrivania c'era ormai da tre anni.
Gli stessi che lo separavano, ormai, dalla data in cui avrebbe dovuto laurearsi.
Ma le cose, lontano da casa, possono andare storte in un momento: quando papà aveva deciso di tagliargli i fondi per davvero Larry aveva dovuto cercarsi un lavoro. E così eccolo lì, alla reception del “Seven Days Suites” a passare il tempo a registrare check-in e check-out tra un film, una serie tv, un libro e i saluti distratti degli ospiti di passaggio. Ricordava ancora l'ultima telefonata di papà; era solito dirgli, da ragazzo, che “ogni uomo ha uno e un solo compito nella propria esistenza, un obiettivo da raggiungere, una cosa da fare”, e gliel'aveva ripetuto anche quella volta, salvo poi sottolineare come Larry fosse, forse, l'eccezione a conferma della regola: lui non aveva alcun compito, alcun obiettivo, niente di buono da fare o da dare al mondo.
Tirando un lungo sospiro e passandosi una mano sul volto Larry raddrizzò la schiena e incontrò lo sguardo implacabile della signora Foreman, una nera di 80 anni incredibilmente secca, che letteralmente navigava in uno dei suoi soliti, grossi vestiti a fiori. Come quasi tutte le mattine se ne stava seduta nella piccola hall dell'albergo, il bastone di legno posato a terra in una posizione che forse anche lei avrebbe voluto assumere ma che l'artrite le impediva di sperimentare per più di qualche attimo.
- Non mi guardi così – disse. Non servì a molto: la signora Foreman continuò a guardarlo così.
- Sì, lo so che è sbagliato raccontargli tutte queste cazzate, ma cosa dovrei fare?
L'anziana afroamericana non si mosse di un millimetro. Anche solo per vederla respirare, tra le pieghe del vestito, serviva aguzzare la vista.
Larry la guardò ancora per qualche secondo poi afferrò una delle penne sparse sulla scrivania e aprì il quaderno, scansando le pagine fino ad arrivare a quella finale. Una fitta serie di righette nere e blu lo salutò spiccando dal fondo bianco; erano divise in diverse sezioni da linee più spesse che tagliavano orizzontalmente la pagina in rettangoli asimmetrici: verso il margine più alto si leggevano le parole “Stanza 65 - allucinazioni” scritte in un riquadro in stampatello maiuscolo.
Larry aggiunse una lineetta alle quattro già presenti nell'ultimo rettangolo.
Con questo facevano cinque.
L'ultima allucinazione di Gary, Mr. Brown, Goran, Melvin o semplicemente di Robert Finn, tanto per usare il nome con cui la sorella gli aveva preso una stanza lì al “Seven Days” circa sei mesi prima (che continuava a pagargli), durava da cinque giorni. Non la più lunga, certo, ma era già capitato cambiasse con più frequenza.
In tutta sincerità Larry non sapeva se questo fosse un bene o un male.
In tutta sincerità, Larry non sapeva proprio nulla.
Non riusciva nemmeno a immaginare cosa volesse dire svegliarsi quasi ogni mattina con una concezione del mondo, del passato e del presente, di se stessi e degli altri, completamente diversa e spesso tutto tranne che confortante o confortevole. Larry capiva l'assoluta tragedia dietro quello stato, ma spesso si chiedeva come si sarebbe trovato al suo interno.
Ecco perché, ogni volta che arrivava una telefonata dalla 65, lui rispondeva e cercava con tutte le proprie forze di non turbare o incrinare per nessun motivo la storia che “Gary” raccontava a se stesso, per quanto assurda e strampalata fosse nel caso specifico. Lo assecondava. Insomma, la sorella gli aveva detto che la sua mente era in quello stato da sempre e che nessuno era mai riuscito ad aiutarlo davvero o a impedirgli di ripiombare nella propria oscura fantasia per un tempo sufficientemente lungo. Nonostante il contesto fittizio e ogni volta diverso, di fatto era davvero “confinato”, “costretto”: in quello stato fino alla fine dei suoi giorni.
La signora Foreman poteva anche guardarlo storto fino alla fine dei suoi, di giorni, ma Larry sentiva di dover continuare con quella sceneggiata. Suo padre si sbagliava: in qualunque modo si potesse definire, il suo rapporto con “Gary”, era la sua “cosa da fare”.
Doveva portare avanti quel teatrino, finché fosse durato.
Perché ecco l'unica cosa che Larry sapeva: prima o poi tutto sarebbe finito, in un modo o nell'altro. E se immaginare come “Gary” avrebbe reagito allo scoprire di essere stato parcheggiato in un buco di Brooklyn che dava sull'oblio assoluto era difficile, la cosa certa era che lui sarebbe tornato a essere soltanto il tizio alla reception che tutti salutano ma di cui nessuno ricorda mai la faccia.
A essere di nuovo l'eccezione che conferma la regola.