giovedì 28 gennaio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #6 - WHITE SPACE

Buon pomeriggio, simpatici animali troppo evoluti!
E benvenuti al 6° (e penultimo, ma cercate di trattenere le lacrime) appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica mensile di narrativa breve che funziona da mio personalissimo alibi per evitare una quantità di cose che voi nemmeno riuscite a immaginare.
Come ve la passate? Spero bene, davvero.
Avete visto che, nonostante il vostro giusto scetticismo, il 2° appuntamento di gennaio 2016 è arrivato?
Ora l'equilibrio dell'Universo è stato finalmente ristabilito e tutta la realtà tornerà a funzionare come un bell'orologio svizzero: alcuni luminari della fisica sostengono che soltanto ora esistano le condizioni reali perché possa nevicare sul Centro-Nord Italia. Gioite!
In questo nuovo episodio della vostra rubrica meno preferita in assoluto, il Fato ha deciso di mettermi davanti al seguente esercizio di scrittura creativa (che, ricordo, prendo dalla lista contenuta ne "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver): "scrivere un racconto in cui almeno un personaggio dica e sostenga almeno una bugia."
Personalmente, mi è parso interessante. Molto.
E, sempre IMHO, sono anche riuscito a centrare per bene il punto della questione... come?
Leggete, insomma!
Per accompagnare la lettura, eccovi LIFE ON MARS. Non ho bisogno di dirvi/ricordarvi di chi sia.

Buona lettura,
Simone

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- Nome.
- Come?
- Nome, ho detto.
- Davide Sanino.
- Conferma di essere il proprietario del videonoleggio “Cinetropolis”?
- Sì.
- E conferma anche di essere perfettamente in regola con l'attuale normativa vigente riguardo alla distribuzione di materiale cinematografico?
- Sì, certo.
- Bene. Firmi qui, per favore.
L'uomo, un tizio chiatto e stempiato vestito con un trench grigio, una camicia azzurro spento e un paio di pantaloni neri, porse a Davide da oltre il bancone “a L” del negozio una cartelletta marrone con sopra un modulo prestampato, indicandogli dove firmare. Il suo collega, praticamente identico tranne che per qualche abbondante centimetro di altezza in più, continuò a fissarlo, in silenzio come era rimasto da quando i due avevano messo piede nel negozio. I volti scuri e quasi privi d'espressione si accordavano alla perfezione con il tetro stemma della Polizia Artistica che campeggiava sui distintivi che tenevano appesi al taschino anteriore dei trench: un libro aperto trafitto da una freccia, avorio su campo rosso sangue.
Davide sospirò. Afferrò la cartelletta e firmò, prima di dargliela indietro.
L'uomo la prese e controllò i fogli al suo interno, quindi la richiuse e se la infilò sotto un'ascella.
- Grazie. Ora daremo una rapida occhiata al negozio. La informiamo, inoltre, che...
- Sì, lo so.
- … da questo momento in avanti saremo autorizzati a effettuare perquisizioni con cadenza mensile senza darle alcun preavviso. Non si deve preoccupare se non ha nulla da nascondere, no?
Davide lo guardò e gli sorrise, uno squarcio obliquo solo accennato, palesemente finto.
- Mi ha tolto le parole di bocca.
Per lunghi minuti gli agenti si aggirarono per le due salette costituenti il videonoleggio, osservandone ogni centimetro in ogni direzione: nonostante quella contenente il bancone fosse parecchio più grande dell'altra, erano entrambe a pianta quadrata, con lo stesso pavimento di grandi piastrelle azzurre, l'intonaco bianco e una manciata di faretti rotondi affissi al soffitto.
Davide sapeva che erano in cerca di qualcosa di sospetto mentre scrutavano le mensole degli scaffali passando in rassegna gli innumerevoli dvd diversi con cui lui le aveva riempite: commedie, cartoni animati, registrazioni di spettacoli comici vecchi e recenti, qualsiasi cosa, insomma, che avesse potuto ancora esporre dopo aver denunciato alle autorità tutte le copie dei film ritenuti “illegali”. Dopo un po' l'agente più alto e smilzo gli chiese senza domandarglielo di poter vedere il retro del negozio. Mentre gli parlava, aveva una mano fissa sulla cintura dei pantaloni e l'altra affondata nella tasca, senza alcun dubbio pronta a scattare verso il calcio di una delle due armi di soppressione urbana che portava infilata nelle fondine sotto le ascelle, se lui si fosse rifiutato di obbedire alla richiesta. Prima della promulgazione dell'Happiness Act e la costituzione del corpo di Polizia Creativa, in città c'erano una decina di videonoleggi. Ora ne erano rimasti meno della metà; chissà quanti colleghi di Davide erano stati tramortiti dal colpo di un'arma simile.
Senza parlare Davide prese le chiavi da dentro la cassa e con un cenno del capo lo invitò a seguirlo.
Il retro del “Cinetropolis” non era nient'altro che una stanzetta rettangolare più alta che lunga, in cui trovavano posto soltanto due vecchi scaffali di legno completamente stipati di cianfrusaglie (scatole di cartone, copie dei dvd esposti con le loro custodie di plastica, vari gadget-regalo, fogli di carta con ordini e ricevute). Il pavimento, piastrellato alla stessa maniera del resto del negozio, offriva posto ad altro materiale ancora, specialmente pile di vecchie riviste di settore ormai fuori pubblicazione, ingiallite e appiccicose, che rendevano l'addentrarsi all'interno della stanza più che semplicemente complesso. La porta era soltanto una tenda di stoffa blu scuro: Davide la scostò e lasciò che l'agente desse un'occhiata all'interno. Letteralmente un'occhiata; il giovane uomo si sporse oltre l'uscio e si ritrasse in appena un paio di attimi.
Tornarono indietro. L'agente stempiato stava passeggiando distrattamente nei pressi della porta del negozio, e l'altro lo raggiunse sussurrandogli qualcosa all'orecchio.
- Bene, noi qui abbiamo finito. Arrivederci. - disse il tizio basso tendendogli una grossa mano.
Davide gli sorrise di nuovo e rispose al gesto.
- Beh, speriamo di no!
La stretta dell'agente si affievolì in un attimo e prese a fissarlo, immobile e in silenzio.
- Era... era una battuta... - disse Davide deglutendo a fatica.
Dopo un paio di attimi, un sorriso tutt'altro che naturale comparve sul faccione dell'agente, che tornò a stringere con vigore la presa sulla mano di Davide mentre il collega più smilzo aprì la porta e proruppe in una serie di risatine posticce. - Certo, certo! Una battuta...
Si voltò, quindi, e raggiunse l'altro fuori dal negozio.
Davide li osservò oltre la vetrata della porta mentre si allontanavano a passo lento, come se non avessero più altro da fare per il resto della giornata. Da qualche altra parte, in città, delle campane si misero a suonare: era mezzogiorno, e si ritrovò a pensare alla straordinaria casualità del fatto che l'ispezione fosse terminata proprio in tempo per la pausa pranzo. Prima di allontanarsi, girò il cartello con scritto “Aperto” dalla parte opposta.
Erano passati dieci anni dalla promulgazione dell'Act. Dieci anni da quando il Governo italiano aveva deciso pubblicamente che (dato il grave periodo di crisi economico-sociale, mai così aspro fin dal lontano 2012) l'Arte avrebbe avuto da quel momento il compito unico e assoluto di divertire e rendere più leggera l'esistenza dei cittadini. Dieci anni dall'istituzione della Polizia Creativa, che dopo aver raccolto e (probabilmente) distrutto qualunque tipo di “espressione artistica” che uscisse dal canone sopra indicato, si era messa a vigilare costantemente su ciò che la gente leggeva, ascoltava e guardava. Dieci anni e, finalmente, erano arrivati anche a lui.
Dentro di sé, Davide era sempre sempre stato convinto che presto o tardi questo giorno sarebbe arrivato, ma il sospetto che qualcuno dei suoi “clienti speciali” si fosse fatto scappare qualcosa era sempre più forte. E, allo stesso tempo, ben poco importante: comunque avesse fatto la Polizia Creativa a venire a conoscenza di qualche strana voce su di lui e sul “Cinetropolis”, da quel momento in avanti lui e gli altri avrebbero dovuto fare ancora più attenzione.
Davide si riscosse dai suoi pensieri e realizzò in quel preciso istante che mancavano solo più un paio d'ore alla riapertura del negozio.
Raggiunse la seconda stanza del videonoleggio, quella più piccola, e rapido cercò con lo sguardo la copertina dell'ennesimo sequel di “American Pie”, uscito nel 2020 e (a memoria di Davide, e nonostante non avesse ancora capito come fosse stato possibile) campione di incassi in quell'anno. Tolse il dvd dallo scaffale e allungando il braccio verso il muro alle sue spalle premette il minuscolo bottone nascosto; in tutta risposta, due piastrelle al centro del pavimento si abbassarono di qualche centimetro e scivolarono sotto le altre, rivelando una stretta scala a pioli che scompariva nel buio. Davide rimise il dvd sullo scaffale e sorrise, tirando un lungo sospiro di sollievo.
C'erano andati vicini, ma non abbastanza.
Con la solita fatica dovuta alla temporanea mancanza di illuminazione diretta sulla scala a pioli, Davide scese nell'oscurità fino a toccare di nuovo terra, quindi afferrò la maniglia di acciaio al di sotto del pannello di finte piastrelle e richiuse l'entrata sopra di sé. Fece qualche passo in avanti nel buio più completo, quindi, a tentoni e a memoria, cercò alla sua sinistra un interruttore. Dopo qualche istante una serie di neon traballanti esplose, illuminando quello che era uno strettissimo corridoio di mattoni grezzi e pietra, che terminava in corrispondenza di una vecchia porta di legno bloccata da una grossa spranga di ferro.
L'aveva scoperto un paio di mesi dopo l'apertura del “Cinetropolis”, quel collegamento.
Non aveva alcuna idea in merito alle ragioni dietro la sua esistenza, come non ne aveva sull'originale destinazione dei locali che adesso componevano il negozio o del vecchio palazzo in cui si trovava, ma non gliene era mai importato molto: quel posto non l'aveva mai considerato potenzialmente utile, soltanto curioso.
Con l'arrivo dell'Happiness Act, però, era cambiato tutto.
Nei mesi immediatamente successivi alla promulgazione dell'Act, Davide si era reso conto che alcuni dei suoi clienti con i gusti migliori si erano riservati dal dichiarare alcune copie dei loro film “di genere” preferiti, nascondendoli in casa ben consci che non avrebbero mai più avuto la possibilità di visionarli. A quel punto, memore del ritrovamento sotterraneo al negozio, Davide aveva quindi progettato la costruzione di una sala cinematografica “clandestina”, in cui proiettare (grazie a un vecchio macchinario comprato a poco prezzo da un amico intenzionato a disfarsene) i film salvati dal brutale rastrellamento all'interno della stanza su cui dava la porta al termine del tunnel. L'iniziativa aveva incontrato l'approvazione di tutti i clienti contattati in merito, che avevano anche deciso di aiutarlo a costruire la sala e acconsentito, per ragioni di sicurezza, a stipare al suo interno gli stessi film. Un paio di volte al mese si trovavano là sotto per guardarne almeno tre: una sorta di drive-in al chiuso in cui mostrare le pellicole che il mondo “civilizzato” aveva cercato di cancellare per sempre.
Davide raggiunse la porta, i passi che rimbombavano leggermente tra le strette pareti dell'umido corridoio, sollevò la barra e la spinse con forza facendola ruotare sui cardini.
La sala era quadrata, le pareti insonorizzate con materiale di riciclo, i sedili nient'altro che sedie pieghevoli vecchie e in alcuni casi quasi sfondate, il pavimento di pietra percorso per la maggior parte dai fili e dai cavi che andavano ad alimentare il proiettore appeso al soffitto: su tre delle quattro pareti erano stato fissate decine e decine di mensole, su cui campeggiavano i film raccolti dai clienti, mentre sulla parete restante si apriva un grosso schermo bianco e opaco, che uno dei suoi clienti aveva recuperato senza mai spiegare a nessuno come.
La porta si richiuse pesante alle sue spalle subito dopo che ebbe acceso le luci della stanza.
Davide si sedette, senza pensare nemmeno di toccare il proiettore. Il lungo manico di scopa di legno che di solito usavano per premere il tasto “On/Off” dello strumento lo lasciò a terra, vicino alla porta.
Prese posto su una delle sedie centrali della seconda fila, ben davanti allo schermo bianco, e tirò un lungo sospiro. Immediatamente, l'ansia che aveva accumulato a seguito del controllo degli agenti della Polizia Artistica svanì del tutto.
Nel corso degli anni Davide aveva imparato che andare laggiù da solo, senza far partire alcun film, gli regalava una sensazione di pace senza eguali, come se per qualche attimo il nulla lucente dello schermo inghiottisse lui, la sua vita, le sue cose, le sue preoccupazioni e tutto il resto del mondo. A inebriarlo era la pletora infinita di possibilità che portava con sé quello schermo bianco: la possibilità di sperimentare tutto l'ampio spettro del sentire umano, l'intera gamma di emozioni processabili dal nostro cervello. Era come se la sua storia si confondesse irrimediabilmente con quelle di ogni singolo personaggio di ogni singolo film presente in quella stanza, aiutandolo a comprenderla, e a guardarla con un po' più di distacco.
In quel posto gli era permesso di fuggire da quel presente così tetro, anche solo per 90 minuti. Chissà ancora per quanto.
Davide si scoprì in lacrime, ma non tanto per quello che sapeva sarebbe successo (con molta probabilità) nei mesi successivi a lui personalmente. Per l'idea stessa che quella sala e quel tunnel segreto venissero scoperti e chiusi: sentiva che non gli sarebbe importato di finire in una qualche cella profonda e buia e fredda, o in qualche posto ancora peggiore, se avesse avuto la certezza che l'horror, il thriller, il giallo, il dramma, il fantastico e l'avventura avessero ancora spazio nelle vite di qualcuno.
Che triste vita che doveva avere chi aveva scelto, nel proprio tempo libero, soltanto di ridere.

lunedì 4 gennaio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #5 - SQUARES AND CIRCLES

Un tutt'altro che caldo (non ne avete bisogno, viste le temperature di questo "inverno") saluto a tutti voi, piccole bestiacce!
E ben tornati a un nuovo appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica mensile preferita da chi sniffa Attack e dagli Orsi Polari dotati di una connessione internet.
Come ve la passate? Tutto bene? Avete mangiato, bevuto e scartato pacchetti regalo come se non ci fosse un domani?
Spero per voi di sì: se state leggendo queste parole, ma soprattutto se leggerete davvero quelle sotto, ve lo siete sicuramente meritati.
L'esercizio che Raymond Carver (che questa volta mi è comparso in sogno nei panni di un unicorno verde acqua) mi/ci ha lasciato in "Il mestiere di scrivere" è questo: "scrivere un racconto ambientato in un periodo di festa, che potrebbe non tradursi in un'occasione così felice per uno dei personaggi (eventualità fortemente consigliata)."
E quale festa avrò mai scelto, visto che, beh, siamo in periodo di Feste?
Sarò stato banale o inutilmente ricercato come mio solito?
Lascio a voi giudicare: spero comunque che il raccontino vi piaccia almeno un po'.
Per buttarlo giù, ve lo accompagno con ADAM'S SONG, dei Blink 182 (per cui, lo confesso, ho una passione smisurata come qualunque altro ragazzino classe '91 cui ascoltare i Sum 41 non sarebbe mai stato perdonato).

Buona lettura. E, già che ci siamo, buon inizio 2016.
Simone

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     Caro Diario,
eccomi di nuovo a casa, anche oggi come ogni cavolo di giorno.
Ieri sera ho fatto bene a ripassare Feuerbach, sai? Il prof ha tirato a sorte un'altra volta il mio numero ma sembra che ogni tanto anche io abbia un po' di fortuna.
Mi ha dato 8.
Era così sorpreso che ha vomitato fuori una filippica su come io sia capace di dimostrarmi uno studente in gamba, quando voglio. Come se mi fregasse qualcosa di quello che pensa.
No, a mamma e papà non l'ho ancora detto. Forse non glielo dirò affatto, continuo a cercare di parlare con loro il meno possibile.
Nel viaggio di ritorno da scuola e per tutto il pranzo ho addirittura fatto fatica a guardarli in faccia: non riesco a smettere di pensare che qualunque possa essere la loro reazione, se decidessi di dirglielo, non sarebbe altro che una forzatura.
Come ho detto l'ultima volta, io stesso sono una forzatura, in qualche senso.

     Ma non voglio stancarti con l'ennesimo piagnisteo su quanto cazzo faccia schifo la mia vita, Diario.
Voglio soltanto dirti che oggi è il 14 marzo.
Sì, lo so che questo lo sai benissimo anche da solo... quello che non penso tu sappia (perché non lo vedo scritto da nessuna parte, in questa pagina) è che oggi cade la ricorrenza del “giorno del Pi Greco”: le sue prime tre cifre, 3.14, riprendono la grafia inglese della data di oggi, 3/14, appunto. L'ho scoperto questa mattina, nelle due ore che abbiamo passato in aula computer davanti alle slide di biologia, perché Google aveva un doodle particolare per l'occasione.
Chissà come sarebbe apparso, il doodle, se avessero deciso di celebrare il “White Day” giapponese. (Credo tu non sappia che cos'è nemmeno questo, ma centra ben poco con quello che voglio dirti, quindi te lo spiegherò un'altra volta.)
Beh, ho fatto un po' di ricerche con Wikipedia, sul “giorno del Pi Greco”.
E' stato festeggiato per la prima volta nell'88 all'Exploratium Museum di San Francisco sotto idea del fisico Larry Shaw, il “Principe del Pi Greco” (qualunque cosa possa mai significare), con un corteo circolare intorno a una delle strutture del museo e la vendita di torte alla frutta decorate con le cifre decimali del numero. Sembra che ancora oggi esistano gruppi di persone che lo celebrano, spesso nelle comunità virtuali tipo Second Life o chi è sui social network.
Sì, Diario, subito l'ho trovato totalmente assurdo anche io.
Sappiamo entrambi quale sia il mio rapporto con le scienze, ma andiamo... dedicare una giornata a una costante matematica (quindi qualcosa di totalmente astratto, indipendente dalla dimensione fisica e naturale), per di più a una che sia LETTERALMENTE inesprimibile? Che senso ha?
Continuo a prendere da Wikipedia: il Pi Greco è un numero irrazionale, non è il risultato di alcuna frazione tra due numeri interi.
È un numero trascendente, infinito e non numerabile.
La sua stessa esistenza ha reso definitivamente irrisolvibili alcuni problemi base della geometria classica... come quello della “quadratura del cerchio”.
Hai capito? La “quadratura del cerchio”... è anche un modo di dire, cazzo, ed è impossibile!
La fondamentale incongruenza di matematici e fisici nel festeggiare un'incognita irrisolvibile mi ha distratto per tutta la mattinata.
So che sembra una scusa, ma è così.
Insomma, è il loro “lavoro” spiegare il mondo che ci circonda, o mi sono perso qualche lezione?

      Ci ho riflettuto un bel po' sopra, quindi, e credo di esserci arrivato.
Forse ci sono cose per le quali anche cercare di capirle, di conoscerle, non può aiutarti a cambiarle.
Questioni destinate a restare aperte, problemi irrisolvibili si potrebbe dire, per cui tutte le analisi, i test e le prove di una vita non servono a nulla: quel che resta da fare è arrendersi alla realtà dei fatti.
Già , arrendersi.
Forse è quello che dovrei fare anche io. Sedermi davanti a mamma e papà e dire loro la verità.
Prendere Matteo da parte, in un intervallo qualunque di un giorno qualunque e dirgli: ci conosciamo da sette anni, siamo vicini di banco da tre e io credo di essermi innamorato di te.
Guarda, Diario, messo giù così non sembra nemmeno una cosa così difficile da fare.
Quasi come costruire quadrato e cerchio di pari area usando solo riga e compasso.
Beh, penso sia ora di mettermi a fare i compiti: sono le tre e la Prima Guerra Mondiale non mi entrerà sicuramente in testa da sola.
Ci sentiamo più tardi.
Stammi bene.

      P.S.: Sono le 15 del 3/14. 3.1415. Buffo, no?