lunedì 26 ottobre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #3 - RETRIBUITION

Ma zalve, cari mentecatti e mentecatte!
Come ve la passate? E' andato bene questo ultimo mese? Vi siete abituati alla discesa in picchiata delle temperature e all'esplosione dei colori autunnali al di fuori delle vostre finestre sporche?
Spero che la risposta sia "sì" in tutti e tre i casi.
Esatto, anche per la prima domanda.
Io, da parte mia, ho vissuto un ottobre molto tranquillo: mi sono rilassato, ho sistemato un paio di questioni ancora "appese", ho scritto un po' di cosette, ho lavorato (molto)... e, come forse saprete, ho dato inizio ai lavori di "pre-produzione" (per la serie "usiamo termini cinematografici a buffo") per il libro nuovo, prossimo e venturo!
Presto o tardi ve ne parlerò, eh, tranquilli, solo che ora è tutto ancora molto... fumoso, diciamo così.
Ma non sono qui per questo, quindi bando alle ciance e benvenuti al terzo appuntamento con AUTODIDATTA, il mio personale angolino di studio della scrittura creativa, dei cui frutti ogni mese da un po' di tempo a questa parte potete godere in totale libertà.
La consegna che lo spirito di Raimond Carver mi ha lasciato per questo ottobre 2015 era di "scrivere un racconto in cui qualcuno venisse minacciato, spaventato o addirittura aggredito fisicamente".
Compito semplice, direte voi.
E devo dire che lo è stato, per esempio rispetto a quello dello scorso appuntamento... fatto che mi ha permesso di prendere il tutto un po' più alla leggera, di divertirmi un pochino di più: credo proprio che alcuni di voi, nel profondo buio della propria anima, si ritroveranno in almeno uno dei personaggi presentati qui sotto. Se non in entrambi.
Vi auguro quindi una buona lettura: prima, dopo o durante, non dimenticate di dare un ascolto a KEVIN SPACEY del buon, caro, vecchio Caparezza, senza cui dubito ci sarebbe stato questo racconto. So che non mi stai ascoltando, Salvemini, ma grazie comunque!

Simone

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     Un violento taglio di luce mi colpisce con forza improvvisa, spingendomi fuori dalla fase REM verso il mondo reale. Il dolore è un'ancora perfetta, anche se quello agli occhi scompare presto per lasciare il suo spazio ad un altro tipo più acuto e continuo, che subito non riesco a identificare.
Il chiarore proveniente dal vecchio lampadario appeso al soffitto, rovesciato come un anomalo pipistrello, si schianta sulle pareti beige pallido di quello che riconosco come lo stretto cucinino di casa mia, scivolando poi sul lavello e sull'angolo cottura come sui girasoli stinti della tovaglia di plastica che copre il tavolo di legno. Quel triste sudario ormai ampiamente passato di moda è di mia madre: me l'ha portato la prima volta che lei e papà sono venuti a farmi visita, mesi fa, quasi a testimoniare l'inizio della nuova parte della mia carriera scolastica. Sopra di esso c'è la scatola di plastica rettangolare di un dvd di cui non riesco a vedere bene la copertina e attorno al tavolo si trovano le solite, vecchie, sedie di legno. Sono seduto proprio su una di queste.
Riesco finalmente a localizzare l'origine di quel dolore interminabile: ho i polsi legati tra di loro dietro lo schienale e ciascuna caviglia alla relativa gamba di legno attraverso qualcosa di freddo e duro, molto stretto. Credo siano fascette di plastica, ma non posso esserne sicuro. Sono scalzo e addosso ho solo i pantaloncini corti e la maglietta con cui so essere andato a dormire chissà quanto tempo fa (l'unico orologio presente in casa è proprio dietro le mie spalle).
Ben svegliato!”
Una voce familiare, conosciuta, amichevole rompe il silenzio, più che ben accetta.
Seguo la voce con gli occhi e incontro una figura stretta in una tuta di marca nera, con la schiena appoggiata al piccolo frigorifero attaccato al gas elettrico, i capelli rasati sulle tempie perfettamente in ordine, il viso sbarbato capace di rendere il riconoscimento della sua età anagrafica quasi impossibile e lo sguardo ben fisso su di me: è Giacomo, compagno di classe (e di banco) da sempre e coinquilino dall'inizio dell'Università.
Cosa... cosa succede?”
Parlo lentamente, per qualche ragione ho la gola riarsa e le labbra asciutte.
Niente” risponde lui lasciando il frigorifero. “Ho solo sciolto il mio Felison nella bottiglia d'acqua che tieni sul comodino.”
Il... Felison? Ma che cazzo dici?! Perché l'hai fatto?”
Non risponde, rimane impassibile, inespressivo.
Non c'è traccia, adesso, del simpatico cazzone a cui si deve la mia totale ignoranza degli enunciati filosofici di Kant o delle unità di misura astronomiche: non l'ho mai visto così in tanti anni.
Ci provo comunque, ad appellarmi all'amico che conosco.
Dai ma che è 'sta cazzata? Possiamo parlarne un attimo? Dimmi che ti ho fatto!”
Parlare?” dice lui facendo scorrere verso di me la copertina di plastica del dvd e sedendosi su una delle altre sedie. “Perché no. D'altronde è quello che ti riesce meglio”.
Il dvd è uno dei miei. Riconosco senza difficoltà i personaggi di “The Rubber Man”, la serie tv più in voga in tutto il mondo civilizzato da circa un paio d'anni. E' quello della prima stagione.
Giacomo si prende qualche attimo prima di iniziare.
A che puntata sei arrivato, tu?”
Lo sai che sono in pari. La decima della quarta serie.”
Annuisce.
E io? Sai a che puntata sono io?”
La... terza della seconda stagione, tipo? Qualcosa del genere?”
Questa volta sorride, mostrando ancora lo sfregio artefatto di poco prima.
Sei stato tu a convincermi a iniziarla, te lo ricordi? A dirmi che mi avrebbe catturato subito, che non avrei più voluto parlare d'altro, che avrei faticato persino a dormire.”
Sì.”
E sai quanto è alta la probabilità di incorrere in qualche spoiler, di questi tempi? Quanto odi ciascuno di essi con tutto il mio cuore?”
Sì!”
E sai che da quando ho iniziato “The Rubber Man” mi sono praticamente disconnesso dal mondo civilizzato? Che ho bloccato il mio account facebook ed evitato twitter e youtube come la peste? ”
Sì, lo so!”
E allora perché l'hai fatto?!” esplode Giacomo alzandosi in piedi e sbattendo una mano sul tavolo.
Ci guardiamo negli occhi per un po', scossi dai tremiti.
Lui di rabbia, io di sincera paura.
Cedo e parlo per primo.
Ma fatto cosa? Non ti ho mai detto un cazzo! Niente!”
Giacomo si allontana e riprende il controllo di sé, rallentando il respiro senza smettere di guardarmi negli occhi.
Vorrei che fosse vero.”
Lo osservo mentre apre la custodia del dvd, gettandola a terra con noncuranza dopo aver estratto il piccolo contenitore di byte circolare. Quindi, con un po' di sforzo, lo piega su se stesso fino a romperlo in due metà malamente sbrecciate ma quasi perfette, due identici semicerchi di plastica dai bordi frastagliati; uno lo scaraventa verso la custodia.
Urlo il mio rabbioso disappunto per quel gesto insensato ma non sortisco alcun effetto su di lui, che torna ad avvicinarsi.
Credo fosse per qualcuno in pari con la serie, il messaggio vocale che mi hai inviato questa mattina. Oh, non che sia davvero importante, visto che per rendermene conto ho dovuto ascoltarlo.
Ci metto un po' a ricollegare i pezzi.
Ecco perché Diego non mi ha risposto.
Giacomo ormai sovrasta il mio corpo con il suo.
Mi preme il braccio sinistro sulla fronte, piegandomi con forza la testa all'indietro come se volesse spezzare anche me. La luce del lampadario mi ferisce di nuovo: tra le lacrime non riconosco più i dettagli del mio coinquilino, ora soltanto una gigantesca macchia nera. Poi inizia a schiacciare le dita nude di uno dei miei piedi con una delle sue ciabatte. All'inizio stringo i denti ma poi non riesco a trattenermi e spalanco la bocca; è in quel momento che lui lascia la presa sulla fronte, arpionandomi rapido la lingua con le dita e tirandola fino a farla uscire completamente dalla bocca.
Provo a dire qualcosa, invano.
Oh no, certo. Non ricapiterà. Ci puoi giurare.”
La punta della metà di dvd stretta nella sua mano inizia a premere sulle mie papille gustative.

1 commento:

  1. Bellissimo lo spunto...
    L'ho letto senza prendere fiato.
    Bravo!

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