giovedì 9 aprile 2015

RIMUGINAZIONI PARIGINE

Ciao a tutti, piccoli disadattati e disadattate, e benvenuti a uno di quei post lacrimosi pieni di autocompiacimento buoni soprattutto per riempire le vostre bacheche di Facebook con citazioni prese così, alla boiadungiuda.
Scherzo: sarà una piccola carrellata di pensieri quasi non voluti, pure un po' confusionaria tanto per non cambiare, che ho maturato nel corso degli ultimi giorni, durante un bel viaggio riposante a Parigi assieme a quella santa donna che il destino ha voluto mettermi accanto.
Se siete pronti, quindi, namo.


Come sanno coloro che hanno la dubbia fortuna di conoscermi personalmente, io sono davvero un "topo di città"; amo il grigiore degli intonaci e del cemento, i viali di alberi spogli, il dover guidare per almeno venti minuti prima di trovare dell'aria perfettamente pulita, la solita roba.
Parigi è una città che più città di così non è possibile.
Anche troppo: è enorme ma solo perché zeppa di cose in ogni centimetro della propria estensione, è tutto perfettamente segnalato e la gente ha quel non so che di burbero-altezzoso-bonario tipica delle grandi capitali. Non prendetelo come un insulto, se siete dei parigini, ma Parigi è davvero la città più "facile" del mondo.
E a me, piace.
Mi piace soprattutto perché le incredibili opere d'arte di cui è costellata non esistono "al di fuori" del tessuto urbano. Anzi, lo compenetrano, lo squarciano improvvisamente: insomma, stai uscendo da Starbucks nell'ennesima pausa pranzo di un'ennesima giornata di lavoro, e BOOM! ti trovi davanti il Moulin Rouge, o i rosoni di Notre Dame, o la Piramide del Louvre, che ti ricordano come nella tua esistenza ci sia qualcosa di incredibile e stupefacente nonostante tu sia obbligato a passare ore e ore chiuso in ufficio per poter pagare l'affitto assurdamente alto del tuo bilocale.
Con il paradosso che, probabilmente, chi ha realizzato quel frammento di bellezza cosmica, probabilmente l'ha fatto su commissione e quindi per pagare il suo, di affitto!
In ogni caso, capite cosa intendo? La quotidianità che si fonde con la bellezza.
Beh, questo squarcio, questo staccare per un secondo la mente dalle mille stronzate spaventose che popolano le nostre giornate per portarla verso qualcosa "di bello", di utile per il nostro sviluppo emotivo, credo sia uno dei motivi per cui i poveri cristi come me fanno quello che fanno: la possibilità, anche remota, di sapere che qualcuno rifletterà per più di 4 secondi su una tua idea, o un tuo punto di vista. Questo, e ovviamente il poter pensare che anche quando sarò polvere o alla mia quindicesima reincarnazione, qualcuno si imbatterà in qualcosa di quello che ha partorito la mia mente; alla fine della fiera, creare qualcosa di "artistico" (in senso molto lato) è semplicemente un altro modo per cercare di assicurarsi che nemmeno la morte ci faccia sentire soli.
Quindi sì, ho riflettuto molto sull'arte e sul processo creativo.
Ma anche sull'artista, o per meglio dire, su cosa lo renda tale.
Lo ammetto senza alcuna difficoltà, i miei ricordi in merito alle lezioni liceali di Storia dell'Arte sono un po' nebulosi: non ricordavo, per esempio, che la maggior parte degli artisti del periodo "impressionista" (anche i non pittori) avessero dovuto combattere strenuamente con la critica e l'opinione comune del tempo, con accuse pesanti e giudizi ben più che semplicemente taglienti.
A pensarci bene non è strano, ovviamente, ma vedendo quelle opere d'arte strabilianti racchiuse in tre dei musei più importanti del mondo mi è venuto naturale pensare che nessuno mai nella Storia avesse potuto considerarle "spazzatura oscena".
E invece, come al solito, la Storia è maestra di vita, ma nessuno impara mai niente.
No, dai, non è vero: a me ha insegnato che soltanto tempo e talento possono giudicare davvero un'opera d'arte, non un qualunque critico umano incapace di riconoscere che le sue sono opinioni come quelle di qualsiasi altra persona. E che, in fin dei conti, potrebbe non esserci così tanta differenza tra un Van Gogh e uno qualsiasi degli artisti di strada a Place du Tertre.
O tra tutti loro e me, e nemmeno con tutte quelle persone che continuano imperterrite a fare "arte" per qualcosa di più alto che un "like" o una condivisione o qualche contratto da migliaia di euro.
L'arte è materializzazione di un concetto, e con i concetti non si può scherzare, imbrogliare o fingere, perché non sono transitori quanto noi esseri umani: se non fai le cose per le ragioni giuste, alla fine ci farai i conti, che sia in senso personale o pubblico.


Basta, siete liberi, lo sproloquio è terminato.
Da lunedì, torna il BLOGTOUR, con le sue ultime tre puntate: che cosa farò dopo di esso, non è dato sapere, si vedrà.
Per lasciarvi, una delle mie canzoni preferite in assoluto, che più che sposarsi bene con il tema del post, lo spiega e lo traduce in parole un po' meno raffazzonate.
Dio è brutto scoprire di riuscire a esprimersi soltanto attraverso storie, sapete?




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