lunedì 23 marzo 2015

NULLA SI DISTRUGGE: BLOGTOUR #7 - perché la narrativa breve?

Nonostante sia appena arrivata la primavera, qui nelle Terre del Nord l'Inverno non ha ancora deciso ad andarsene fuori dai coglioni, e ci sta piovendo addosso tutto il suo disappunto.
Quello di oggi, quindi, è un abbraccio particolarmente caloroso a chiunque sia dall'altra parte dello schermo... tranne a chi sia in un posto con più 10°C!
Scherzo, dai, vi saluto tutti! E vi do il benvenuto al 7° appuntamento con il BLOGTOUR di NULLA SI DISTRUGGE: siamo quasi in dirittura di arrivo, al gran finale mancano soltanto 3 post, e sono certo che ne siate dispiaciuti quanto me.
Basta con gli indugi, quindi, e vediamo di partire ad analizzare il tema di oggi... ovvero la narrativa breve!


Ok, che cosa sia la narrativa breve, in linea generale, penso non ci siano particolari dubbi.
Dico bene? Racconti di lunghezza variabile, dai.
Per quanto non mi piaccia fare "lezioncine" (c'è Wikipedia apposta, che Dio la benedica), è importante ricordare come il racconto, o meglio il "raccontare", faccia parte della storia e della società umana fin dagli albori; non sarebbe sbagliato dire che "siamo quel che ci raccontiamo", e nel corso del tempo la narrativa breve ha avuto come ogni cosa momenti di trionfo e di bassezza, che arrivano fino al secolo scorso senza alcun problema.
Per la mia esperienza personale, mi sento di affermare che,purtroppo, la narrativa breve è quanto di più lontano esista dai gusti del lettore medio italiano (in altre parole, non vende manco a spingere).
Dite che ne faccio una questione geografica, nazionale? Avete ragione, perché in tante altre parti del mondo con una cultura letteraria almeno importante quanto la nostra (vedi gli Stati Uniti, per esempio), la narrativa breve non è così emarginata.
Credo che, in generale, ci sia la spiccata convinzione a ritenere il racconto un "cugino stupido" della forma letteraria più in voga nelle ultime decadi, ovvero il romanzo; chi scrive racconti lo fa come allenamento a una futura carriera di romanziere, lo fa per farsi conoscere, "se scrive bene un racconto di 15 pagine, chissà cosa potrebbe fare con 300!".
Emarginazione, come ho già detto. E il brutto è che nel 90% dei casi è anche inconscia: non è vero che il lettore medio non è "educato" alla lettura di cose altre dal romanzo, semplicemente non è abituato. Tutto si può insegnare, tutto si può apprendere.
Alcune persone con cui ho parlato di questo argomento, mi hanno risposto che hanno bisogno di prendersi uno spazio maggiore, quando approcciano un libro, che hanno necessità di dilatare nel tempo l'analisi del personaggio e della trama... e non è sbagliato, ovviamente, ma la scrittura (l'arte) rimane veicolo per un'idea e un'idea si può esprimere perfettamente anche in una sola parola; insomma, esistono canzoni da 9 minuti ed esistono canzoni da 2 minuti e mezzo, ma la lunghezza è davvero sintomo determinante di qualità?
No, Rocco, abbassa quella mano e lasciami finire.
Beh, proprio nell'importanza del veicolare l'idea sta la mia passione per il racconto.
Ora come ora, nella mia """carriera""", non mi interessa null'altro che dare, a chi dovesse avere avuto la massima sfortuna di aver acquistato/ricevuto un mio lavoro, un'idea, un'opinione, uno sguardo su qualche aspetto delle nostre esistenze un po' particolare e che magari possa farlo riflettere un po'.
Non sento il bisogno di creare mondi infiniti per poi descriverli ossequiosamente, il messaggio da trasmettere passa sopra tutto il resto. Sempre. E l'unico modo, o almeno quello più valido secondo me, è non martellare la mente del lettore con sproloqui complessi e dal significato talmente recondito da sembrare inesistente (ho detto sembrare, eh!): a costo di sembrarvi arrogante e snob, tanto lo sono davvero, e per non perdere il paragone con la musica, la mia idea di letteratura si avvicina molto a quella di musica dei Ramones.
E non a caso, la musica dei Ramones è stata tra le più rivoluzionarie, soprattutto nella mentalità, della storia della musica: visto che ormai siete entrati con me nel "mood arrogante" di questa puntata, vi dico che come loro realizzavano volutamente roba corta suonata e cantata male, io scrivo roba corta, scritta stilisticamente "male" (rispetto alla concezione attuale, che mi diverte definire "eterea").
Ovviamente, mi piacerebbe molto riuscire a spingere qualcuno dei miei lettori a ri-considerare la narrativa breve.
Ma non so se quello che ho scritto e scriverò possa essere così potente, riverberare così tanto all'interno delle loro vite.
Se succedesse anche solo con una persona, anche solo per sbaglio, anche solo anni dopo la mia morte, beh, probabilmente avrei davvero vissuto per un motivo.


Bene bimbini, l'appuntamento incentrato sulla narrativa breve è terminato, fortunatamente per voi.
Come sempre, se avete commenti o insulti o cenni d'approvazione, lasciatene almeno uno qua sotto nei commenti, che non vi costa nulla.
Prima di lasciarvi, solo video finale... ma questa volta non è una canzone!
No, è un pezzo di un discorso di Kurt Vonnegut (se non sapete chi sia, avete inconsciamente sottoscritto tutto quello che avete letto qualche secondo fa) incentrato proprio sui racconti: otto regole d'oro che non perdo mai di vista, o cerco di non farlo.

A presto,
Simone


lunedì 16 marzo 2015

NULLA SI DISTRUGGE: BLOGTOUR #6 - il genere

Un saluto a tutti voi, cyber-sailors che state dall'altra parte dello schermo!
Già, oggi sono tornato al vecchio saluto: mi piace ancora, sapete?
Allora, come state? Tutto bene? La Primavera che esplode attorno a voi che neanche le mine antiuomo in Cambogia, vi sta facendo qualche effetto, oppure no?
A me sì, abbastanza, ma fondendosi con lo stress per il lavoro e per i vari altri progetti e per quello che sembra sempre più essere un rapporto simbiotico con il mio pc, mi rende una specie di zombie imbambolato e rincoglionito, a metà tra il sorrisetto costante e la voglia di spaccare tutto e tutti.
Ma comunque: come ormai ogni lunedì, benvenuti a un nuovo appuntamento con il BLOGTOUR di NULLA SI DISTRUGGE, il mio nuovissimo racconto breve in vendita sugli store online del multiverso (presto anche in formato ebook).
Oggi trattiamo con un argomento importantissimo, ma molto più leggero... forse.
E cioè: il genere letterario!
Siete pronti? Let's gooo!


So benissimo che voi amichevoli "sotuttoio", saprete benissimo come definire un genere letterario. Però, già che son qui che scrivo, vi lascio la mia versione della cosa, che male non può fare; il genere letterario è un insieme di stilemi e caratteristiche consolidati nel tempo, capace di suscitare nel lettore un certo numero e tipo di reazioni diverse. Ecco tutto.
Davvero: il genere è fatto di parametri, paletti, costrizioni. E no, questo non lo rende un brutto mostro capaci di stuprare e sottomettere qualunque idea, proprio il contrario: come tutte le costrizioni in campo artistico, è potenzialmente un grandissimo incentivo, perché ti permette di parlare di qualcosa, di esprimere un concetto, senza renderlo per forza troppo complesso o stancante da seguire. Il genere è un gigantesco insieme di "specchietti per le allodole", che l'autore utilizza per mascherare le proprie vere intenzioni al pubblico rendendogliele allo stesso tempo inconsciamente palesi.
Bella definizione.
Dunque il genere come "sovrastruttura" propositiva.
Ma vi dirò di più: per quel che mi riguarda è attraverso il genere che, negli anni, si è fatta l'arte migliore. TANTANTAN. Già. Un'opinione non particolarmente quotata.
Non particolarmente quotata perché da ormai decine di anni, il sottostare a un genere letterario è diventato particolarmente "out". La maggior parte della gente "che legge" (non fa strano anche a voi quando qualcuno vi si presenta come uno/una "che legge"?) è totalmente disabituata ad affrontare qualcosa che si possa incasellare all'interno di un genere letterario, a meno che si vada su autori esageratamente famosi, per lo più morti o comunque storicizzati: insomma, il genere è passato di moda, sommerso da litrate e litrate di romanzetti dal contenuto vacuo ed etereo.
Chi fa "roba di genere" è un wannabe, un povero emarginato, e spesso chi legge "roba di genere" lo è ancora di più.
Quindi fare "roba di genere" equivale a non vendere un tubo? Sì, esatto.
Ma secondo me possiede anche un valore particolare, perché in senso lato significa rifiutare di unirsi a quello tsunami senza valore che da un po' di anni colpisce con violenza il nostro paese e la nostra cultura... e questo a prescindere da quello che sia il valore reale del prodotto.
Fare qualcosa che si sa benissimo non vendere, la "roba di genere", è il fulcro della cultura indipendente. E' bene ricordarlo.


Beh, per tornare "On Topic" (come piace dire ai gggiovani), ovviamente il genere che ho scelto per NSD è nientepopoòdimenoche la fantascienza.
Perché ho scelto questo genere? Per due, principali, motivi:
1) La fantascienza è il genere che considero più capace di contenere, mascherare e rendere fruibili messaggi e critiche nei riguardi della nostra società nel suo complesso. Anche l'horror è capace di farlo, e con la stessa forza, ma necessità di un po' più di attenzione e di capacità... e, poi, personalmente credo quest'ultimo funzioni di più nel criticare problemi e disagi della persona singola, ma questa è una convinzione totalmente mia (che, tra l'altro, non sempre riconosco come esatta, anzi)!
2) Perché è, proprio assieme all'horror, il mio genere narrativo preferito in assoluto. Giuro, se ci mettete sopra la scritta "horror" o "fantascienza", guardo per ore anche un muro, e ormai sapete bene come il primo lettore di quello che produco sia io stesso... quindi sì, il mio gusto personale conta, e molto.
Il tipo di fantascienza (iconograficamente parlando) che mi interessava ritrarre, non era quella ultra-sparaflesciosa alla "Guerre Stellari", ma tutto il contrario: in un racconto lungo ero ben consapevole non ci sarebbero mai stati tutti i dettagli utili a descrivere un mondo fantascientifico completamente definito e formato... e, a dirla tutta, non era nemmeno questo quello che mi interessava davvero, quanto far trasparire l'idea alla base del tutto. Ho cercato quindi una realtà in cui tutto era schermi piatti e luci al neon, eterea e coloratissima allo stesso tempo, una realtà molto "fantascienza anni '80", insomma, una sorta di futuro lontanissimo del tutto farlocco.
Probabilmente non ce l'ho fatta, e tutto questo discorso è stato assolutamente vano... ma devo credere di sì, altrimenti dormire la notte sarebbe troppo dura.


Bene, siamo arrivati alla fine anche di questa lunga disamina, totalmente incasinata e superficiale, riguardante la scelta del genere di NSD.
Vi ricordo che se volete farmi sapere la vostra opinione in merito a qualcosa di questa, o delle precedenti tappe del BLOGTOUR, non vi resta che commentare qui sotto ed esprimervi nella lingua che più vi aggrada.
Come al solito vi lascio con una canzone... e quale canzone potrebbe mai essere più azzeccata per questa puntata incentrata sulla fantascienza, se non "Life on Mars" del caro, vecchio e sempre bellissimo David Bowie?

A presto e buona lettura,
Simone
 

lunedì 9 marzo 2015

NULLA SI DISTRUGGE: BLOGTOUR #5 - L'idea

Un caldo benvenuto a tutti quelli che, chissà per quale ragione, stanno leggendo anche questo nuovo appuntamento con il BLOGTOUR di CONATI DI ANIMA!
Grazie, non dovevate. O forse sì.
In ogni caso siamo ormai a metà del nostro viaggio... come passa veloce il tempo quando ci si diverte, eh?!
Eh. Già. Eh.
Bene, direi di iniziare, e di smetterla con gli stupidi preamboli che impone l'educazione; oggi, come ho detto nell'ultima puntata, si inizia a fare davvero sul serio, perché si parla dell'idea.


Definire che cosa sia un'idea, è quanto di più complesso esista al mondo.
Davvero, provateci: è difficile!
Questo perché, credo, le idee siano alla base della nostra concezione di realtà; sono un motore, un'energia, dalla provenienza e dal carattere del tutto inspiegabile, che sta dietro tutto ciò che esista nel mondo fisico, e non soltanto. O almeno, questa è "l'idea di idea" valida per me... se ne avete altre, fatevi avanti.
Visto che qui si parla di scrittura, però, smettiamo di guardare all'idea in senso generico e andiamo un po' più nel particolare.
Quando si parla di "idea", in scrittura creativa, si intende principalmente "ciò di cui parla il racconto/romanzo/libro"; attenzione, l'idea NON E' la trama dell'opera stessa, ma il concetto (o i concetti) che attraverso di essa si vogliono esprimere. Questo significa che l'idea è ben più importante della trama, che di fatto potrebbe anche non esserci: l'idea è il senso stesso della storia, nasconde il suo significato più profondo ed è quindi, semplicemente, fondamentale.
Per quel che mi riguarda, qui non ci sono scuse o opzioni secondarie.
L'idea (la cui ricerca e definizione non deve essere necessariamente all'inizio del processo creativo) è assolutamente necessaria in qualsiasi espressione artistica, e tutte le altre scelte stilistiche devono per forza di cose esserle subordinate... mai il contrario.
Nel caso di NSD, l'idea, il concetto che avevo intenzione di esprimere scrivendolo, riguardava il concetto della morte, i cambiamenti che incontriamo nel tentativo di accettarlo e superarlo.
Insomma: la morte, così come hanno tentato e tentano ancora di spiegarci filosofia e scienza, tra le altre cose, non è altro che un passaggio di stato tra due condizioni fisiche non così tanto differenti.
"Nulla si distrugge, tutto si trasforma", o "si conserva", se preferite.
Qualcuno potrebbe effettivamente trovare strano che un ragazzo con poco più di vent'anni scriva un racconto incentrato sulla morte. Un po' strano lo trovo anche io, quando ci penso.
Ma, come ho già spiegato proprio qui sul blog, NSD è nato da una straordinaria congiunzione astrale di "tempistica" e "volontà": in realtà, e non solo per un mero fattore anagrafico, sono convinto di non sono sicuro affatto di che cosa siano la morte, la vita e il dolore, ma quando (per ragioni del tutto indipendenti da te) vieni costretto a riflettere su tutto questo, non puoi evitare di costruirti una tua opinione personale. Sono le grandi domande della nostra razza, insomma, e penso che ciascun parere sia valido quanto quello degli altri, date certe condizioni di civiltà.
Ecco, semplicemente, che cos'è l'idea in letteratura, o forse in tutte le espressioni "artistiche" comunemente intese: un'opinione, più o meno mascherata.

In ogni caso, l'idea è sì assolutamente necessaria, nella realizzazione di un'espressione artistica, ma allo stesso tempo non è una lapide monolitica che non può essere scalfita o modificata.
Anzi, chiedete a qualche scrittore vero, ben più capace di me: probabilmente vi dirà che alcuni dei suoi lavori sono venuti fuori partendo da un'idea diversa, del tutto o in parte.
Il concetto alla base di NSD, quindi, è cambiato nel corso dei mesi di lavoro... o meglio, si è ampliato leggermente, andando a includere anche quella che nelle mie intenzioni dovrebbe essere una critica alla cultura occidentale (e con cultura intendo tutto ciò che ci rende quello che siamo, dal mangiare nei fast food allo sposarsi in chiesa), che per quel che mi riguarda si pone in un'ottica completamente errata nei confronti del concetto di morte, ovvero in due soli modi: demonizzandola, oppure esaltandola.
Questo sviluppo si è amalgamato con la necessità di dare un vero e proprio compimento al racconto (e, diciamocelo, con quella di allungarlo un poco), e ha preso posto all'interno dell'Epilogo... che oltre a sorprendervi mi piacerebbe vi facesse anche pensare per un secondo.
Sempre che abbia fatto un lavoro decente, e l'idea dietro NSD riesca ad arrivarvi.
Posso solo sperare di sì, giusto?


All right boys and girls, eccoci arrivati al termine di questa lunga carrellata, assolutamente superficiale, riguardante l'aspetto in assoluto più importante di tutto il processo creativo: l'idea.
Come sempre, se avete pareri, non esitate a scriverli qui sotto nei commenti... come anche le domande e i dubbi esistenziali.
Per chiudere, visto il tipo di idea che ho voluto esprimere in NSD, una delle canzoni più conosciute dei Blu Vertigo: "La Crisi".
Buon ascolto, e arrivederci al prossimo appuntamento con il BLOGTOUR, in cui cercherò di trattare di un argomento importante (quasi) quanto l'idea, ma molto più leggero: la scelta del genere!

A presto,
Simone


lunedì 2 marzo 2015

NULLA SI DISTRUGGE: BLOGTOUR #4 - La copertina

Un caloroso saluto a tutti voi, mentecatti e mentecatte che credono di vivere nel "mondo reale"!
E benvenuti a questo quarto appuntamento con il BLOGTOUR dedicato a NULLA SI DISTRUGGE, il mio ultimo racconto breve edito con Youcanprint (per ogni altro dettaglio, leggete qui).
Nella nuova puntata che sta per partire, parleremo di un altro elemento che forse tanta gente considera secondario, come il titolo di cui abbiamo parlato la volta scorsa, ma che in realtà è tutt'altro... e cioè la copertina.
Bene, siete pronti?
Avete cancellato tutti gli impegni in programma nei prossimi 5 minuti?
Spero di sì. Per voi.



Diciamocelo: la copertina (di un libro, di un film, di un album) è il primo meccanismo pubblicitario, assieme al titolo. I due formano un insieme potente, destinato ad attrarre il lettore e a dare un'idea di cosa lo attende, un accenno del contenuto di ciò a cui si riferiscono.
Anche se consciamente, quindi, non ce ne rendiamo conto, sono immensamente importanti.
Alcuni, quelli che mi stanno sulle palle più di tutti gli altri esseri viventi del pianeta (sì, anche più delle galline!), direbbero che a conti fatti potrebbero essere addirittura più importanti del contenuto stesso dell'opera.
Nella mia testa, ovviamente, l'ultima affermazione è tutt'altro che vera; per me, la copertina deve, come il titolo, esemplificare il più possibile le caratteristiche del genere, della trama e dell'idea del libro in questione.
Negli anni, ovviamente, ai lettori sono state presentate un gran numero di copertine diverse per contenuto, formato, realizzazione e quant'altro, e questo rende ovviamente la copertina stessa il prodotto di un "processo creativo" parallelo rispetto a quello dell'opera che dovrebbe rappresentare: chiedete a chiunque abbia mai realizzato una copertina (o progettato di farlo), e questi vi dirà senza ombra di dubbio che farlo è stato complesso e appagante quasi quanto tutto il resto del lavoro.
Il percorso che ha portato alla realizzazione della copertina di NSD è stato un po' particolare.
Quando ho cominciato seriamente a pensarci avevo ormai ultimato le varie stesure, e deciso che, visto che in questo caso si trattava di un racconto privo di illustrazioni, avrei utilizzato non più un disegno (nonostante la gentile Vanessa Rubino si sia sempre dimostrata più che disposta ad abbandonare nelle mie mani uno dei suoi fantastici prodotti!), ma una fotografia.
Quale, però? E come trovarla?
Caso vuole che all'interno della redazione di TargatoCn (giornale online per cui ho cominciato a lavorare qualche mese prima di prendere la suddetta decisione) ci fosse, e ci sia ancora, la fotografa Lucia Mondini... un'ottima collaboratrice, collega e amica, prima che una professionista con le palle cubiche.
Dopo aver preso accordi con lei, che si è dimostrata una volta di più gentilissima e disponibilibilissima, ho cominciato a spogliare i suoi album fotografici (quello su facebook e quello sul suo sito personale), tenendo bene a mente ciò che stavo cercando per non farmi portare via dall'entusiasmo. Volevo un'immagine spoglia, semplice, minimale quasi, che desse l'idea di qualcosa di "freddo" (essendo NSD per la maggior parte del tempo narrata da un droide), di stabile, che però si trovasse anche sull'orlo di cedere a un qualche tipo di pressione "interna"... non proprio qualcosa di semplice da far saltare fuori, visto soprattutto che Lucia lavora molto spesso per fotomodelle.
Contro ogni pronostico (e fortunatamente, perché sono incredibilmente soddisfatto del risultato!) la foto è saltata fuori proprio dal sito internet di Lucia, una delle sue prime in assoluto, ritraente una porzione di una catena grigio opaco, arrugginita in diversi punti.
Semplicemente perfetta. Aveva, e ha, tutto quello che volevo e probabilmente anche qualcosa in più.
Ricevuta la fotografia in alta definizione, quindi, ho proceduto io stesso alla creazione della copertina, continuando a tenere a mente i concetti di "freddezza" e "semplicità"; per realizzarla, ho utilizzato un semplicissimo (ma davvero semplicissimo, date le mie scarse capacità con gli editor d'immagini) programma chiamato Inkscape, totalmente gratuito e con tutte le funzioni basilari del caso.
Quello che è venuto fuori, e che vi ripropongo sotto, penso rispecchi perfettamente quello che NSD è o vorrebbe essere, senza tralasciare (con la sua leggerezza quasi evanescente) la possibilità di attirare il pubblico. Oppure no, magari ce lo vedo solo io, ma tanto ormai è fatta.




Bene, direi che qui abbiamo finito.
Ho parlato di come intendo la copertina, di cosa volevo fosse quella di NSD, e di come sono arrivato a realizzarla: fatemi sapere che cosa ne pensate, della copertina stessa, oppure di tutto il discorso.
Io vi auguro una buona lettura e una buona settimana, e vi lascio con un'altra canzone perfettamente calzante per questo quarto appuntamento: "Cover", di Caparezza.
Dal prossimo, si inizia a fare sul serio... si parlerà dell'idea, dietro NSD.

A presto!