mercoledì 24 dicembre 2014

INTERVALLO

Oh oh oh!
Salve a tutti voi, che state dall'altra parte dello schermo infreddoliti e in ansia per gli ultimi regali di Natale! Ebbene sì, sono riuscito a fare qualcosa di decente con il racconto breve di questo dicembre 2014 ENTRO la giornata di Natale... sembrava incredibile, i maker mi davano già per fottuto, ma invece ho stupito tutti come Sly in "Rocky Balboa".
Gioite insieme a me, su.

Come già detto nell'ultimo ALTRI CONATI, il racconto di questo mese è in tema del tutto natalizio: l'anno scorso era ambientato nell'ultima sera dell'anno, mentre questo parla proprio di una cosa successa il 25 dicembre di (esattamente) 100 anni fa.
Se non sapete cos'è capitato il giorno di Natale del 1914 sul Fronte Occidentale della Grande Guerra, forse questa brevissima storiella potrebbe darvi due dritte, ma non vi vergognate, non è colpa vostra; sapete, alla maggior parte delle persone (quelle che contano qualcosa, purtroppo) non piace ricordare quell'evento come non piacer ricordarne tanti altri. Non sia mai che si dipingano i soldati per quello che, nel bene e nel male, sono davvero.

Questo, quindi, è INTERVALLO, tutto per voi accompagnato da una bellissima canzone dei Modena City Ramblers purtroppo poco conosciuta, LETTERA DAL FRONTE.
Noi ci risentiamo (credo) il 31 dicembre, per un bel post riguardante quel che so tormentare i vostri sogni da un paio di settimane... il mio nuovissimo lavoro in arrivo per gennaio. Se in qualche modo questa enorme stronzata corrisponde a verità, dopo aver valutato di cambiare psicofarmaci, restate sintonizzati.

Ah, certo.
Buon Natale, e che il compleanno di Cristo sia per voi pieno di vino, amici, risate e buon cibo. A pensarci bene, come tutta la Sua vita, secondo quello che ci insegnano fin da bambini.
Ecco un'altra cosa che a poca gente piace ricordare.

Simone

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     Corro.
    Le suole consumate degli stivali coperti di fango sbattono contro il terreno delle Fiandre rigido e rinsecchito, schiacciando senza alcuna remora le stesse sterpaglie che hanno resistito ai bombardamenti delle ultime settimane. Il mio ansimare si mescola al suono della casacca scura, più grande di almeno una taglia, in cui naviga il mio corpo ossuto e pallido di ventenne. Da qualche parte ci sono anche l’elmetto e il Lee-Enfield: io e gli altri li abbiamo accatastati senza cura, non vedevamo l’ora di metterci a giocare. Solo il freddo glaciale dell’inverno ha reso sopportabile alla vista e all’odore la “terra di nessuno”, non potevamo perdere tempo.
      Alzo lo sguardo.
     Diverse sagome dal mio stesso colore smorto mi scorrono davanti, muovendosi in ogni direzione. Qualcuno grida, un paio di altri spingono. Fischio rumorosamente: non ricordo come si chiama il ragazzo che ha appena rifilato all’avversario in divisa un tunnel d’antologia, e l’acuto richiamo è l’unico modo che ho per cercare la sua attenzione. Ci conosciamo da meno di tre mesi, buon Dio. Henry, forse? Probabile, in tutto il Royal Warwickshire Regiment siamo in pochi ad avere nomi differenti.
     “Henry” scandaglia il campo improvvisato e coperto di brina e si ferma su di me. Piegandosi in avanti, allarga le braccia per mantenere l’equilibrio e calcia il pallone. Un tiro robusto e preciso. Di certo è più capace sulla fascia che in mezzo alla trincea. Le teste di tutti seguono il moto parabolico della sfera di cuoio scucita e sgonfia. Io arretro di qualche passo, salto leggermente, e stoppo il pallone con la spalla per ributtarlo a terra, spedendolo poi qualche metro in avanti con un leggero tocco.
      Riprendo a correre.
     Più mi avvicino alle fragili forme affusolate dei due badili che, piantati nel terreno, disegnano la porta della squadra avversaria, e più cresce il rumore attorno a me. Qualcuno mi ordina in inglese di spostarmi sulla destra e buttarla in cross, un paio di voci francesi insistono perché vada avanti per conto mio, e diverse frasi in tedesco cercano di impostare un’azione difensiva, esaudite con lunghi secondi di ritardo. All’improvviso, qualcosa mi arriva addosso a grande velocità, allontanando la sagoma molliccia del pallone dai miei piedi e facendomi cadere a terra. Per alcuni attimi io e il bolide indistinto ci rotoliamo l’uno sull’altro, un vortice di stoffa, cuoio, pelle, barba, unghie, denti e polvere. Poi, tutto si ferma, e mi ritrovo a guardare il faccione rotondo di un tedesco dai tratti giovanili ma stempiato, che si staglia sullo sfondo del cielo grigio carbone, con i suoi due grossi occhi bovini azzurri, labbra carnose e un paio di baffi appena accennati sotto al naso. Ha un’espressione preoccupata e dolorante, si è rimesso in piedi con lentezza.
     Nessuno grida o si muove, attorno a noi. Il pallone è fermo. Tutto è immobile. Tutto è attesa.
     Ancora sdraiato, non riesco a staccare gli occhi dal tedesco.
   Da dove arriva, come si chiama, che cosa fa nella vita, quanti parenti ha. Non so nulla di tutto questo, nulla di lui. So solo che fino a qualche giorno fa vomitava proiettili in direzione della mia testa, senza nemmeno saperlo.
     Beh, non è importante. Non oggi, almeno. E poi, io facevo lo stesso.
    Il tedesco mi offre le sue scuse in un inglese parodistico ma pieno d’impegno e buone intenzioni, assieme alla sua grossa mano tozza, con dita che mi sembrano subito troppo grosse per stringere davvero il grilletto di un fucile. Gli sorrido e la afferro; quando sono di nuovo in piedi, poi, mi toglie la polvere dalla casacca con una serie di rapidi buffetti robusti, qualcosa che nessuno ha mai fatto per me dal primo giorno in cui l’ho indossata.
     Intorno a noi si riprende a parlare, ridere, gridare, scherzare, muoversi.
     Sappiamo tutti che oltre i rispettivi metri di filo spinato qualcuno ci guarda scuotendo la testa con disappunto, il cuore infilzato dalla miriade di spille che ne definiscono i gradi. Lo stesso qualcuno che mentre noi arranchiamo tra i topi e la merda e il sangue se ne sta chiuso in una tenda a mangiare tre pasti caldi ogni giorno. Lo stesso qualcuno che, a differenza nostra, sa perché diavolo siamo dovuti venire fin qui.
     È come se fossero rimasti a casa, loro. Non sono davvero qui, a metà tra desolante solitudine e fastidioso affollamento, sia dentro sia fuori di noi. Per questo non capiscono perché, quando i crauti hanno acceso le candele, ieri notte, e intonato le prime canzoni, noi abbiamo dovuto rispondere.
     Stringo ancora una volta la mano al tedesco e poi la alzo per rassicurare del tutto i compagni di squadra. Qualcuno fa rotolare il pallone verso di me. Lo blocco e aspetto che tutti ritornino in posizione.
      Poi, lo spingo lentamente verso “Henry”.

2 commenti:

  1. Torno a visitare questo spazio digitale dopo diverso tempo, e piacevolmente mi sono letto il tuo ultimo racconto! Mi è piaciuto molto! Complimenti! Prafo! Prafo!

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