martedì 25 novembre 2014

A DEVIL PUT ASIDE FOR ME

Whatzzzapp, bithces?
E benvenuti (finalmente, direte forse voi) all'appuntamento mensile con il racconto breve.
Chiedo scusa per il ritardo, ma in queste settimane stanno di nuovo succedendo un po' di cose grosse nella mia vita... tra cui la sottoscrizione del mio primo, vero, contratto di lavoro e la fine del mio prossimo libro.
Cosa? L'ho detto ad alta voce?! Ebbene sì, gentaglia mia, se tutto va bene dovrei aver terminato la mia ultima fatica letteraria... ma di questo ne parleremo in un'altra sede.

Veniamo al racconto, allora.
Oggi torniamo un po' alle atmosfere horror-grottesche dei miei primissimi racconti, quella raccolti in SEIOCCHI; Torino è ancora una volta il palcoscenico, o almeno lo è una delle sue parti, e il protagonista è qualcuno che nessuno di noi vorrebbe mai incontrare... ma che prima o poi, in un modo o nell'altro, presto o tardi, ci capita comunque davanti.
Il titolo penso sia abbastanza esplicativo, così come anche la canzone che ho scelto per accompagnare il racconto, ovvero SIMPATHY FOR THE DEVIL dei Rolling Stones!.

Spero facciate una buona lettura.
Noi ci risentiamo presto, al solito.

Simone

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    I primi raggi del sole autunnale, già stanchi, sfioravano lentamente i contorni della statua del "Conte Verde", dando all'intera piazza delle Erbe un'aria trionfale e gloriosa ma anche profondamente decadente.
     Sotto la statua, in piedi con il proprio lungo bastone da passeggio nero puntato contro il selciato, stava un uomo sulla sessantina. Guardava dritto la palla rossastra che illuminava il cielo, gli occhi e i lunghi capelli (radi ma ben pettinati) dello stesso grigio scuro e distinto della giacca, dei pantaloni e delle scarpe. Aveva un'aria impettita e distinta, sembrava uno di quei maggiordomi inglesi rigidi e con la puzza sotto il naso e le poche persone che cominciavano a muoversi lungo via Milano gli riservavano uno sguardo rapido, quasi intimorito. Gli piaceva l'alba, lo riportava a momenti passati e ormai così lontani da fargli appena dubitare fossero realmente avvenuti. Sorrise mestamente. Ogni volta che si presentava sulla Terra, diventava sentimentale, malinconico, forse perché non poteva mostrarsi nella sua vera forma, ma doveva sempre ricorrere a quella con cui era identificato in un dato periodo storico. Era stato un lungo serpente, aveva avuto gli zoccoli e le corna di una capra e le forme sinuose di una giovane donna, ma da qualche decina d'anni si mostrava sempre come una variazione inquietante di "Alfred il maggiordomo", lui che nonostante tutto rimaneva l'Angelo più bello di tutto il Paradiso.
     Chissà perché, poi, gli umani lo vedevano così nel proprio immaginario.
     Non era ancora riuscito a capirlo.
     Un centimetro alla volta, l'intera città si svegliò. Le strade cominciarono a riempirsi del rombo dei motori delle macchine e dei mezzi pubblici, e del rumore dei passi affrettati degli impiegati, le saracinesche dei bar e dei negozi si spalancarono come grigiastre pupille piene di graffi. Pur controvoglia, Torino iniziava una nuova giornata.
     Lucifero prese a guardarsi attorno, in cerca della persona per cui era venuto fin lì. Attese solo per qualche minuto. Dai portici alla sua destra entrò nella piazza un uomo brizzolato molto alto e fisicamente prestante, con la carnagione leggermente abbronzata e il segno di un paio di occhialini appena visibile intorno agli occhi azzurri. Trasudava cura e salute attraverso il tessuto dei jeans azzurri e del maglione di lana scuro.
   Federico Bosca, leader della lista comunale "Torino dal basso", insegnante universitario: ecco l'uomo per cui il Diavolo in persona si era scomodato.
     Per lui, o meglio, per la sua anima immortale.
     Bosca era l'uomo del momento. Privo di qualsiasi esperienza politica ma di ottima famiglia, aveva costituito la propria lista civica intercettando le richieste e le rimostranze dei cittadini comuni, e basando la successiva campagna elettorale sugli sprechi di denaro della vecchia amministrazione, sulla difesa della legalità e sull'utilizzo di giovani ed esponenti delle varie minoranze etniche in ruoli importanti per la comunità. Allo stesso tempo, aveva dimostrato di voler portare questi propri "leit motiv" all'esterno di Torino, in tutta Italia. Era la traduzione politica di una ventata d'aria fresca, qualcuno in cui chiunque (dal giovane laureando senza prospettive all'operaio vicino alla pensione) potesse immedesimarsi, in cui potesse avere fiducia, ed era chiaro fin dal primissimo sguardo: mentre camminava verso l'entrata del palazzo del Comune, non c'era una sola persona che non lo salutasse calorosamente, rivolgendogli in molti casi un sorriso o una stretta di mano. Lui, paziente, rispondeva a ciascuna persona.
     Mentre lo osservava, a pochi metri da lui e dalla folla che rallentava ogni suo passo, Lucifero sentì un brivido d'eccitazione corrergli lungo la schiena fin giù, verso le gambe.
    Un uomo che si professava incorruttibile? Che tutti vedevano come il pioniere di una nuova età dell'oro della democrazia? Non poteva esserci preda più ambita, per lui.
     In realtà però non era solo una questione di divertimento, di caccia. Convincere Bosca a firmare un contratto di cessione della sua anima andava ben oltre il suo personale ludibrio. Era un segnale, un segnale forte al Dio degli Eserciti che era arrivato il momento di farla finita con le stronzate, spegnere tutto e andarsene a casa. Che finalmente era arrivato il momento dell'Apocalisse. La distruzione della Terra, il Giorno del Giudizio, la cancellazione dell'Inferno, il trionfo del Paradiso: Lucifero sapeva bene che ne sarebbe uscito sconfitto, ma non gli importava, perché in tutto il creato esiste una sola cosa capace di uccidere un’entità immortale. La noia. E la noia arrivava facile, dopo millenni a torturare o glorificare le anime di gente incapace di comprendere come le proprie azioni possano realmente condannarli per l'eternità al dolore o alla gioia, di tizi semplicemente stupidi, più che "buoni" o "cattivi". Con il tempo, la noia aveva spinto tutti i demoni di Lucifero ad abbandonare l'Inferno e scomparire: non era più il medioevo, e tutto quello che poteva capitare loro, era di essere richiamati per sbaglio da un adolescente magrolino in trip d'acido.
    A metà del secolo scorso, quindi, Lucifero e il Grande Capo avevano deciso di comune accordo che nell'istante in cui avrebbero convinto un essere umano a consacrare completamente la propria vita al Bene o al Male, avrebbero dato inizio all'Ultima Battaglia.
     L'anima di un solo essere umano, completamente votata a uno dei due concetti.
     Finora, nulla di fatto.
     Adesso, era ora di darsi da fare.
    Mentre Bosca si faceva largo attraverso le ultime persone venute a salutarlo cercando di superare via Milano, Lucifero si portò una mano alla bocca e tossì piano un paio di volte. Nello stesso istante, ogni singola cosa all'interno di piazza delle Erbe si blocco nel proprio ultimo movimento, immobile come la statua di Amedeo VI. Tutto, tranne ovviamente lui stesso e il povero Bosca, che prese a guardarsi attorno lentamente. Un semplice trucco di manipolazione mentale. Cose come quella avevano quasi funzionato con il Nazareno nel deserto, di certo l’avrebbero fatto anche con un bellimbusto come quello.
    “Dottor Bosca, mi unisco alle congratulazioni. Una campagna elettorale da sogno” disse Lucifero facendo un passo in avanti e profondendosi in un applauso falso e cadenzato. Bosca si voltò lentamente verso di lui, socchiudendo gli occhi come se dovesse metterlo meglio a fuoco. Non disse nulla, non fece trasparire alcuna emozione dal volto squadrato. “Attribuire un nome alla rabbia della gente” continuò Lucifero, “Nemmeno io avrei saputo fare di meglio!”
     “Chi sei?”, chiese Bosca, allargando le gambe e mettendosi le mani sui fianchi.
Lucifero dovette riconoscerlo, non erano molte le persone che riuscivano a mantenere i nervi saldi, non solo davanti ai suoi trucchi soprannaturali ma davanti a lui in persona.
     “Il suo migliore amico, oppure il suo peggior nemico. Dipende da lei.”
     “È una minaccia?”
     “Una proposta. Quale regalo della sua ultima letterina di Natale non ha mai ricevuto?”
     Bosca distolse gli occhi da quelli di Lucifero e guardò una a una le persone immobilizzate.
     Continuava a essere calmo, perfettamente calmo.
     “Sei il Diavolo, dico bene?”
     “In persona”, rispose Lucifero accennando un inchino con il busto.
     “Lei è un personaggio interessante, mi creda: è destinato a essere uno dei grandi, un uomo potente e influente” riprese poi dopo qualche istante. “Questo non vuol dire che la sua sarà una vita facile, ed è qui che entro in gioco io. Mi trovo nella fortunata posizione di facilitare il raggiungimento di qualunque suo obiettivo, e sarei più che felice di farlo, ma che accordo tra pari sarebbe se non chiedessi qualcosa in cambio? La sua anima, nello specifico... appena sarà rivendicabile, ovviamente.”
     Mentre parlava, Lucifero prese a gironzolare distrattamente tra le statue di carne che costellavano la piazza, sfiorandole, toccandole con la punta del proprio bastone, danzando loro intorno.
     Anche quello di dimostrarsi affabili e giocosi era uno dei suoi vecchi trucchi.
   Bosca rimase ad ascoltarlo con attenzione, senza fiatare, seguendolo impassibile in ogni suo movimento. Poi, traendo prima un lungo respiro, disse: “La proposta è allettante, ma ero già stato avvertito del fatto che mi avresti avvicinato. E mi ha detto anche cosa rispondere nel caso… quindi no, non accetto”.
     No. Un semplice no, detto con la costante mancanza di emotività che l'aveva contraddistinto fino a quel momento.
     Lucifero sostenne lo sguardo di Bosca per lunghi istanti silenziosi. Il suo "spettacolino" non aveva funzionato. Come poteva non accettare la sua proposta, tanto più che conosceva chi era e quali fossero le sue capacità. E poi, chi è che l'aveva avvertito? Il Grande Capo aveva piegato le regole della loro scommessa? O era stato uno dei suoi angeli? C'erano ancora degli angeli nel paradiso, oppure se ne erano andati come i suoi demoni?
    Tutte queste domande iniziarono a vorticare nella testa di Lucifero, aumentando d'intensità con l'incrementarsi del suo risentimento. Era venuto sulla Terra per un motivo ben preciso, per chiudere finalmente i conti con la sua vuota esistenza. Non se ne sarebbe andato a mani vuote, avrebbe portato con sé la maledetta anima di Federico Bosca, in un modo o nell'altro, e poi l'avrebbe sbattuta in faccia al Dio degli Eserciti. Mentre una smorfia di rabbia gli si apriva sul volto, Lucifero si avventò su di lui infilandogli mano e avambraccio direttamente in bocca, e poi giù, fino in gola. Rimestò all'interno del corpo dell'uomo per un intero minuto, come fosse solo un contenitore, in cerca del minuscolo diamante di luce purissima che avrebbe dovuto essere la sua anima immortale, ma non ebbe fortuna.
     Lucifero estrasse di colpo il braccio e arretrò di qualche passo. Era stupefatto.
    Le domande che riempivano la sua mente si erano decuplicate, ma allo stesso tempo eclissate da una soltanto: quale tipo di creatura aveva davanti, che poteva apparire un essere umano come tutti gli altri pur privo della propria anima immortale?
     Poi, improvvisamente, il corpo dell'uomo si aprì perfettamente a metà dalla testa alla vita, come se fosse stato tenuto insieme da un’invisibile zip che ora era stata abbassata di colpo. Pelle, muscoli, ossa, organi, tutto si divise spostandosi nelle due metà cave del suo busto senza alcun versamento di sangue; quindi dall'interno fumante di quella figura martoriata spuntarono la testa, il collo, il torso e le braccia di una creatura orribile. Dalla pelle butterata e orrendamente verdastra, era completamente nuda e glabra, gli occhi due macchie nere e la bocca un varco circolare frastagliato da tre serie di denti seghettati. Non c'erano dubbi: al cospetto di Lucifero si stava mostrando nientemeno che uno dei demoni che fino a qualche tempo fa popolavano l'Inferno. In particolare, si trattava di Mammona, personificazione dell'avarizia.
     “Satana, chiudi la bocca prima che ti si secchi la lingua!” disse, la sua voce come il suono di una forchetta raschiata contro un piatto di porcellana. “Capisco perché tu sia venuto fin qua, davvero” riprese poi qualche attimo dopo. “Ma hai fatto un viaggio a vuoto: questo tizio è già mio, mi dispiace.”
      Lucifero riuscì finalmente a deglutire, e si schiarì la voce prima di parlare.
      “Tuo? Da quando hai il potere di barattare in anime?”
     “Oh no, non ce l'ho... diciamo che il mio business è qualcosa di un po' più moderno” si affrettò a rispondere Mammona. “Vedi, girovagando per il pianeta dopo averti abbandonato, ho capito di non essere ancora pronto a sparire come gli altri. Così ho dovuto escogitare un modo per dare un valore alla mia esistenza. Sono apparso a un po' di gente importante, capi di stato e ricchi commercianti, e li ho convinti a costruire una scuola privata, aperta ai rampolli dell'alta società, nella quale il mio culto potesse diventare materia d’insegnamento. Un luogo in cui l'affermazione personale diventasse non un obiettivo ma uno stile di vita.”
      Mentre parlava, Mammona agitava il proprio tozzo corpo, facendo muovere a destra e a sinistra le propaggini abbronzate dalle quali fuoriusciva. Il demone non sembrava minimamente curarsene.
    “Sì, insomma, il bamboccio qui”, disse ancora a bassa voce, coprendosi la bocca con la mano e abbassando la voce, “è il risultato di generazioni di "educazione edonistica". Capisci, non è che io abbia comprato la sua anima, e che lui non l’ha mai avuta!”
   E Lucifero capì. Capì perché nelle ultime decadi lo "scontro Bene-Male" non si era sviluppato minimamente. Capì perché c'era sempre meno gente disposta a vendere la propria anima. Per lui, era facile anche immaginarsi come la situazione non potesse altro che peggiorare. Il business creato da Mammona impediva l'avverarsi dell'Apocalisse secondo i termini dell'accordo inscindibile che avevano preso lui e Dio, e anzi più questa si allontanava, più esso aveva possibilità di perpetuare se stesso. Un circolo vizioso vero e proprio.
    Immediatamente, la rabbia colse di nuovo Lucifero. Con un gesto fulmineo afferrò il suo bastone da passeggio con entrambe le mani e mosse un passo verso Mammona. Questi, però, fu più veloce. Spalancando la bocca a un'ampiezza orrenda e innaturale, urlò contro Lucifero con tutta la potenza della propria voce, fattasi improvvisamente cavernosa. Il bastone nero del Diavolo iniziò a tremare violentemente, quindi a riempirsi di piccole crepe, fino a esplodere in una miriade di frammenti d'ebano che si posarono tintinnando sul selciato della piazza.
     Era innocuo e impotente, come quando era stato scaraventato giù dal Paradiso.
     “Mi sa che ti dovrai abituare, Satana... hai ancora il tuo regno. Restaci”: sorpreso, Lucifero riuscì a stento a percepire le parole sprezzanti di Mammona. Quando alzò lo sguardo in sua direzione, era scomparso.
    L'intera piazza delle Erbe era tornata a muoversi. Lucifero era ancora sotto la statua del "Conte Verde", in piedi, senza più il bastone e senza la minima traccia dei suoi resti. Le persone gli scorrevano accanto rimanendo a distanza, accelerando il passo e riservandogli lo stesso sguardo bieco di qualche minuto prima. Non c'era più timore in loro, soltanto compassione. Si alzò sulla punta dei piedi per scorgere l'entrata al Palazzo comunale. Vide Federico Bosca, di schiena, superare l'uscio, fermarsi e voltarsi lentamente: questi si portò l'indice alle labbra, mentre lo osservava di rimando, un lampo rapidissimo e quasi impercettibile negli occhi.
     E lungo la schiena del Diavolo scese un brivido, questa volta non di eccitazione.

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