mercoledì 15 ottobre 2014

LADRO DI TOMBE

Come si dice: "altro giro, altra corsa"!
Bentornati ragazzi a un nuovo "Conato di Anima", a un nuovo racconto breve.
In questo ottobre, più pieno di impegni di quanto avrei mai potuto sospettare, ve la cavate con poco: il racconto che state per leggere è molto breve... almeno tanto quanto è significativo per me che l'ho scritto.

La trama, è semplice: siamo in un futuro remoto, in cui una sorta di "ceto sociale" particolare è l'unico autorizzato a percorrere la superficie esterna del nostro pianeta. Gli Scavatori, questo il loro nome, trascorrono la propria breve e pericolosa vita tra i miasmi tossici che compongono la nuova atmosfera terrestre, nella speranza di rinvenire tra le rovine della nostra civiltà qualcosa da vendere ai propri simili al sicuro nel sistema di bunker che protegge i pochi sopravvissuti.
I pericoli, però, quando devi fare attenzione persino a ciò che respiri, sono sempre in agguato.

L'avrete già capito, spero; anche questa volta ho usato il genere per parlare di qualcos'altro.
E questo qualcos'altro è...? Dai, sul serio volete saperlo prima di aver letto il racconto?
Scervellatevi e poi contattatemi sulla pagina facebook o twitter: sarò felice di rispondervi "sì, c'hai preso" oppure "no, non hai capito una mazza fionda"!
Tutto io devo fare? Oh.

In ogni caso, ecco a voi la colonna sonora migliore che potessi trovare per uno dei miei racconti; il Duca Bianco, Ziggy Stardust, nientemeno che David Bowie in persona, con THE MAN WHO SOLD THE WORLD.

Buona lettura, ci si rivede il mese prossimo raghi.
Simone

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     Nulla.
    Intorno a me non c'è nulla se non centinaia di metri di terra asciutta e riarsa, come se qualcuno avesse afferrato la pelle del mondo e l'avesse squartato, rivelandone la carne pulsante al di sotto. Cammino. Da ore, ma potrebbero anche essere giorni, mesi, anni: il tempo perde significato, per chi rimane in superficie a lungo come me.
     Sono solo, accompagnato unicamente dalla polvere che si alza a ogni mio passo.  Il suono dei miei anfibi rinforzati si amalgama al frusciare della tuta di plastica che ricopre ogni centimetro del mio corpo, e con il suono cadenzato e profondo del mio respiro, filtrato dal sistema di respirazione che attraverso tubi di gomma collega il mio naso e la mia bocca con la bombola di ossigeno appesa alla mia schiena. Il visore che mi protegge gli occhi tinge il mondo di un verde piatto e irrealistico, ma ormai ci sono abituato; sono uno Scavatore, e quella che un tempo era la Terra, ora è il mio parco giochi personale (seppur tossico, abbandonato e totalmente in rovina).
     Assicurato alla cintura che mi stringe la vita, oscilla un grosso sacco di iuta.
     Devo riempirlo, e al più presto. Ecco quel che facciamo noi Scavatori: giriamo come spettri in ciò che resta della società umana, cercando memorie dimenticate da far riscoprire ai pochi sopravvissuti chiusi al sicuro nei vari bunker sotterranei che costellano il paese. Vecchia tecnologia, monete, giocattoli... si vende bene qualunque cosa su cui quei molli bastardi possano passare il proprio tempo a speculare.
    Mi fermo per un secondo e schiaccio un minuscolo tasto sulla montatura del visore, che mi presenta immediatamente una larga mappa della zona in cui mi trovo al posto della visuale del mondo che mi circonda. La mia posizione è segnata da un puntino intermittente, che si trova qualche miglio più a Est dal punto cui sono diretto, individuato da un secondo puntino, questa volta fermo.
    Sbuffo sonoramente, premo di nuovo il pulsante sul visore in modo da tornare alla normale impostazione, e mi rimetto in cammino utilizzando l'ombra di un cartello stradale semi-abbattuto come punto di riferimento.
     Mentre continuo ad avanzare, il Sole precipita sempre più dietro le mie spalle. Quasi senza che me ne renda conto il profilo sfocato di una grossa costruzione comincia finalmente a delinearsi all'orizzonte.
    L'edificio è proprio quello che stavo cercando: un'ampia villa con un tetto di tegole scure, che in origine era stata di un bianco acceso e pulito. Un alto cancelletto arrugginito dalla forma arcuata segnala l'entrata principale, innestata in mezzo a una bassa staccionata. Oltre a tre finestre al secondo piano, altrettante porte di vetro si aprono poco oltre il cancello, ma sono talmente sporche e impolverate che la luce del sole vi ci affonda senza penetrarle.
     Rimango qualche istante immobile davanti al cancelletto, in silenzio.
     No, non sembra esserci stato nessuno recentemente, e oltre al probabile stato di decadenza il posto sembra avulso di altri pericoli.
     Scavalco la staccionata, trovando una delle tre portafinestra aperta.
    Entro in quello che senza dubbio è un ampio salotto e capisco subito che chiunque ci abitasse in vita non aveva mai avuto problemi economici. La stanza è occupata per lo più da un gigantesco divano di pelle, posto sopra un largo tappeto intarsiato, e innestato davanti a un modello di televisore al plasma quasi delle stesse dimensioni ricoperto da uno spesso strato di polvere. Appoggiata alla parete opposta alla portafinestra si erge una libreria ancora zeppa di una gran quantità di volumi dalle coste scolorite, e un piccolo tavolino di vetro ovale con sopra diverse bottiglie completa l'arredamento.
    Mi ci avvicino e noto che alcune di esse sono ancora piene. Sulla superficie di vetro vedo anche una serie di macchie circolari di nero sangue rappreso che continuano per alcuni metri dal tavolino dirigendosi verso la libreria.
     Le seguo e appoggiato a un lato del divano noto un cadavere quasi del tutto decomposto; porta una t-shirt bianca della quale non si riconoscono più scritte o disegni, coperta com'è da una grossa chiazza di sangue probabilmente espettorata durante gli ultimi istanti di vita, e un paio di jeans consunti e strappati.
     Al magro polso vedo un orologio con il cinturino a pois di plastica, intatto.
     Lo sgancio e lo butto nel sacco di iuta.
     Ora sì che la giornata comincia ad avere un senso.
   Perdo la concezione del tempo mentre perlustro il primo piano dell'abitazione (comprendente ancora un bagno, la cucina e una scalinata per il piano superiore); scopro dalle foto e dai diplomi impolverati sparsi un po' ovunque che il cadavere appoggiato al divano è probabilmente l'unico figlio adolescente di una coppia di bianchi, avvocato lei e psicologo lui. Porto via qualche posata, dei soprammobili, alcune bottiglie e un paio di ciabatte elettriche. C'è altro, ma è troppo tardi: posso tornare prossimamente.
     Decido quindi di uscire dalla porta finestra che si trova in cucina.
    Metto un piede fuori dall'edificio, la luce del tramonto che si appiccica alle pareti conferisce alla villa un'aria tetra, ansiosa, in attesa.
     Di là dalla recinzione, lo vedo, e lui vede me.
     Fermo sulle quattro zampe tozze, è alto settanta centimetri e ha un busto ampio e un cranio grosso quanto il tronco di un giovane albero. Il pelo nero è spruzzato di un bianco sporco e malato, la mandibola è costantemente coperta da un appiccicoso strato di bava giallastra e gli occhi sono due minuscole gocce di sangue.
     Non tutte le forme di vita sono state annientate, solo le più fortunate.
    Il mastino si lancia in mia direzione, riuscendo con gli arti anteriori a superare la staccionata ma sbattendole contro con tutto il peso della parte posteriore, sfondandola rumorosamente. Mentre lui arranca sul pianerottolo esterno, le unghie conficcate nel legno marcio e polveroso, mi fiondo di nuovo attraverso la portafinestra della cucina; quando mi volto e torno a guardare attraverso il vetro unto e sporco, incontro un’ombra nera che caracolla in mia direzione, facendolo andare in mille pezzi.
     Per un puro colpo di fortuna riesco a gettarmi sul tavolo e a rotolare indietro.
    La struttura di legno trema e cigola e si sposta di centimetri, quando il grosso cane nero ci sbatte contro con violenza. Mi sposto verso l’entrata interna della cucina per tornare in salotto, ma non sono abbastanza rapido: l'animale abbaia contrariato, un suono profondo e terrificante che rimbomba nel mio cervello, e decide di intercettarmi. La sorpresa mi spinge a terra, seduto. I miei occhi si fissano in quelli del cane. Indietreggio, provando ad allontanarmi da quelle fauci sbavanti, da quelle zanne smussate. Questa è la prima creatura vivente che incontro da non so quanto tempo, e non sono nemmeno certo che mi veda davvero, che mi riconosca come qualcosa di più che semplice cibo.
     Incontro l'anta di un ripiano sotto all’angolo cottura, che cigola e un po’ si apre.
     Percepisco lo sferragliare di qualcosa al suo interno.
     Il mastino carica in avanti.
    Non ho idea del perché, ma infilo una mano all'interno dell'anta, afferro qualcosa di morbido e lo estraggo dall'interno, schiantandolo contro il cranio del cane. Sento le ossa del braccio e del polso che scricchiolano, l'animale guaire, e vedo i contorni del suo corpo spostarsi verso sinistra.
     L'urto contro la parete è il lapidario segnale che introduce il silenzio assoluto.
     Lentamente, i miei sensi ritornano uno per volta in piena funzione.
     Comincio a percepire di nuovo il rantolare pesante del mio respiro, il dolore al braccio e alla mano che ancora sorreggono quella che scopro essere una comunissima padella antiaderente ormai ricurva e inutilizzabile, e noto anche il corpo immobile e riverso su un fianco del grosso mastino, ai piedi di una gigantesca macchia di sangue aperta sulla parete a pochi passi da me.
     Trema violentemente, ma solo per qualche istante.
   Improvviso, un basso sibilo arriva da dietro le mie spalle: è la bombola di ossigeno che sta perdendo. Rotta, irreparabile a quella distanza da un qualsiasi bunker.
     Non è difficile capire quello che mi aspetta.
     Tolgo il respiratore da naso e bocca e il visore dagli occhi, che tengo socchiusi.
     Al primo, lungo, respiro che faccio, sento i polmoni bruciarmi con forza.
    Penso al sacco pieno di roba che avrei potuto mostrare, rivelare, insegnare a quei poveri disgraziati nel bunker, troppo spaventati per provare a comprendere davvero il mondo e troppo annoiati per evitare di farlo. Qualche altro Scavatore verrà qua, e sarà lui a portare indietro il bottino.
     Dovrebbe farmi arrabbiare questa cosa?
     Dovrei forse maledire qualche divinità scomparsa, compiangere il mio stile di vita?
     No, non servirebbe a nulla.
     Quando apro finalmente gli occhi, rivolgo lo sguardo appannato alla tuta di plastica sul mio corpo.      Potrei giurarlo, è dello stesso grigio opaco di cui mi sembra tinta ogni altra cosa attorno a me.
     “Ecco fatto”, penso, “Sono solo un altro pezzo di nulla”.