martedì 20 maggio 2014

DOVE VANNO GLI DEI QUANDO MUOIONO?

Un saluto a tutti voi, che anche questa volta siete dall'altra parte dello schermo!
Ed eccoci finalmente giunti (incredibilmente in anticipo alla tabella di marcia che ho adottato nel corso degli ultimi due mesi!) al nuovo racconto breve.
Sapete, da quando ho aperto questo blog, ho sempre cercato di mettere al pubblico ludibrio racconti in cui unissi "il fantastico" e "il soprannaturale" a una mia opinione personale in merito a un aspetto del nostro mondo e nella nostra società: le mode e l'omologazione della personalità insieme agli zombie mutanti, lo strapotere dei soldi e di chi vive per essi insieme alla magia nera, l'utilizzo della parola insieme al dramma dei senzatetto dalle vite dimenticate...
A volte, però, semplicemente non c'è alcuna "morale" nel senso stretto del termine.
A volte mi stuzzica talmente tanto un'idea, e un certo modo di raccontarla, che la storia viene fuori quasi da sola. E, spesso, è molto divertente; non devo preoccuparmi più di tanto di scrivere qualcosa di assolutamente comprensibile, ma posso dare libero sfogo a quello che sento dentro e che mi fa rabbrividire.
Scrivere, ovviamente, è per me sempre qualcosa di piacevole... ma a volte serve proprio dar fondo alle mie turbe mentali senza farmi spaventare dalle possibili conseguenze.
La storia di questo mese, è proprio uno di questi casi.
S'intitola DOVE VANNO GLI DEI QUANDO MUOIONO? ed è ambientato nel 380 d. C., circa; ha come protagonista un giovane più o meno della mia età, che ha però (almeno formalmente) in mano il destino dell'Impero Romano d'Occidente... e che si ritroverà a dover fare i conti con un incubo ricorrente davvero inquietante.

Non so voi, ma come premessa può funzionare, no? Siete convinti di volerlo leggere?
Bene, perché non è finita qui.
Questa volta, infatti, richiedo da parte vostra un piccolo sforzo, che verrà ricompensato adeguatamente!
Quando il protagonista del racconto inizierà a descrivere il proprio sogno, all'interno troverete le rappresentazioni di diversi personaggi mai nominati: lo sforzo da parte vostra starà nel cercare di indovinarne il più possibile, scrivendomi la lista di nomi come messaggio privato sulla mia pagina facebook (https://www.facebook.com/simone.jimmy?ref=tn_tnmn).
Avrete una settimana di tempo, da oggi martedì 20 maggio a martedì 27 maggio, e il vincitore avrà diritto a una maglietta gratuita con sopra stampata una frase a sua scelta presa da uno dei racconti caricati sul blog; la frase può essere qualunque, anche il titolo di uno di essi, sarà il vincitore a deciderla, e la maglietta gli/le sarà recapitata in omaggio a una copia di SEIOCCHI nella prima occasione in cui ci si potrà incontrare.
Spero questo piccolo concorso abbia un po' di riscontro da parte vostra: dipende tutto da voi!

Ok, allora diamo il via a questo concorso: ecco a voi DOVE VANNO GLI DEI QUANDO MUOIONO?.
Ad accompagnarvi nella lettura, una canzone molto bella: "If I Had a Heart" di FEVER RAY.

A presto e buona lettura,
Simone
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     Vienne, odierna Francia, 391 d. C.

      Graziano, fratello mio, ascoltami.
      Devo sembrare molto sciocco, a voi che siete lassù in Paradiso: l’Imperatore d’Occidente in piedi su un balcone del proprio palazzo gallico, a parlare al cielo stellato come se questo potesse ritornargli qualcosa oltre al proprio gelido silenzio. Ma gli astri sono ciò che più si avvicina al Regno di Dio io abbia a disposizione… o almeno credo. Anche se può non sembrare, ho sempre prestato poca attenzione a ciò che mia madre tentava d’insegnarmi sulla religione nicena, e ora che invece avrei voglia di starla a sentire, lei non c’è più.
    Arbogaste, il mio fin troppo zelante magister equitum, mi vorrebbe chiuso nelle mie stanze come al solito, in questo momento, ma non sopporto più di starmene in quelle quattro mura. Non riesco a prendere sonno, così come non ci riesco da diverse notti: un maledetto sogno continua a perseguitarmi, ed è sufficiente il timore di trovarmi di nuovo catapultato nelle sue deviate trame, a impedirmi di chiudere finalmente gli occhi.
     So bene che non mi hai mai particolarmente sopportato, quand’eri vivo: sono il primo figlio della donna per cui tuo padre ha ripudiato tua madre, il simbolo della loro unione.
     Ma io ti ho sempre ammirato profondamente, e nei miei giochi da bambino sognavo di guidare con te le truppe romane contro gli Alemanni. Anche adesso che sei morto, continuo a sentirti come la cosa più vicina a un amico abbia mai avuto; non c’è nessun altro, nel mio palazzo, in tutta la Gallia, addirittura in tutto l’Impero, cui potrei raccontare il mio incubus.
     Prestami orecchio, dunque.
     In esso sono a Roma e cammino lentamente lungo il Civus Capitolinum in direzione del tempio di Giove Ottimo Massimo. Dal Mons, la città appare vuota e terrificante e bellissima, complessa quanto lo stomaco di una mostruosa creatura proprio come l’ho sempre immaginata.
     Il cielo è immerso in un tramonto sanguinolento, che sembra persistere da sempre, e che accresce il mio atterrimento quando noto che il rossore non proviene da Ovest, ma da Est. Alcune nuvole si muovono veloci, stringendosi e allargandosi a più riprese, e soltanto dopo diverso tempo riesco a comprendere che non sono per nulla nuvole, ma stormi di creature a metà tra donne e corvi, con ali nere come la pece, artigli al posto delle mani e piccole serpi verdastre intrecciate tra i capelli.
     Finalmente giungo sulla cima del Mons, il tempio che mi si staglia davanti, minaccioso e cupo.
     Ciò che mi colpisce subito è che l’area è tutt'altro che vuota, a differenza del resto della città: molte figure si affaccendano fuori e dentro il tempio.
     Davanti alle scalinate d’entrata, si trovano per esempio due donne, appoggiate con la schiena a un grosso carro di legno ricco di fregi ma scheggiato e usurato in diversi punti. Legati a esso attraverso cinghie di cuoio ci sono due cavalli magri e smorti, scossi da un flebile tremito: mentre li osservo, una delle due donne si avvicina a questi cavalli e li carezza con occhi tristi. La compagna piange disperata, le mani a coprirsi il volto; il suo leggero abito dai toni rosati non nasconde però il fisico più florido e seducente che abbia mai visto in tutta la mia vita. Anche se rigato dalle lacrime e spezzato dalla tristezza, di certo il suo viso dev'essere qualcosa di impareggiabile.
     Lentamente oltrepasso le donne e mi avvicino alla scalinata d’entrata.
     Seduto sul primo gradino, l’arpa in mano e le dita che scorrono rapide sulle corde, un giovanotto dai corti capelli biondi e dal viso talmente pulito da farmi credere per un secondo di appartenere invece a una stupenda fanciulla, mi rivolge uno sguardo sofferente, muovendo le labbra in una canzone silenziosa della quale non riesco a ricordare le parole.
     Raggiunto il largo piedistallo su cui poggia la struttura del tempio, faccio il mio ingresso.
     L’interno è governato da una fitta oscurità solo sporadicamente rotta da alcune torce accese.
    Raccolto intorno a una di esse, posata a terra sul pavimento alla mia sinistra, c’è un gruppo di cinque persone, impegnate a bere da una grossa coppa che si passano l’un l’altro.
    L’uomo che tiene la coppa in questo momento è un giovanotto dai riccioluti capelli scuri, con un naso imponente e rossastro. Beve una lunga sorsata, ingollando tutto il contenuto della coppa, ma quando la passa all'uomo alla sua sinistra, un grosso bruto dalla schiena curva e con un piede rattrappito, essa sembra essere nuovamente colma. Vicino al bruto è seduta una donna con la pelle nera come l’ebano, vestita con un peplum dello stesso blu delle profondità dell’oceano. Sul capo, ha un cerchietto da cui dipartono cinque spuntoni di legno triangolari e, per quanto cerchi di sforzarmi non riesco a comprendere la sua età: è una giovincella, una vecchia matrona, o una ragazza nel pieno della propria bellezza? Quel che è certo è che dopo di lei si erge un uomo alto e prestante, dal fisico semplicemente perfetto, vestito con una strana armatura costruita unendo elementi appartenenti a diversi eserciti: una piastra pettorale romana, un elmo gallico, dei gambali greci e armi persiane. Sta descrivendo con dovizia di particolari un eroico duello nel quale ha partecipato un guerriero di cui ha grandissima ammirazione. L’ultimo uomo, infine, sembra più anziano degli altri e ha una grande barba intrecciata; sulla schiena nuda e ampia, porta un tatuaggio raffigurante due serpenti aggrovigliati tra di loro in una spirale.
    Alla vista di quell'immagine, che immediatamente ricollego al Nemico dell’Eden, mi allontano da quelle figure e continuo la mia esplorazione.
    Mentre cammino, mi accorgo che lo spazio tra i colonnati interni del tempio è esageratamente ampio, troppo perché la struttura potesse essere stata costruita da esseri umani: quando finalmente incontro qualcun altro, le voci delle persone sedute in cerchio sono ormai scomparse. Due figure maschili, un uomo nudo con un membro incredibilmente pronunciato e un pargoletto dolce e innocuo ma dotato di un paio di piccole ali da colomba nel bel mezzo della schiena, hanno lo sguardo fisso sul pavimento del tempio e l’espressione triste di chi si è tanto divertito nel passato a fare una certa cosa, e sa benissimo che da quel momento in avanti non potrà più farla. Sembrano essere legati, quel bambino alato e quell'uomo dalla spiccata virilità, ma non so proprio dire come.
     Procedo ancora avanti, e in lontananza comincio a percepire una flebile luce che per qualche motivo mi attrae più delle altre. In fondo al tempio so esserci la grande cella tripartita, e forse quella luce proviene proprio da lì, ma una serie di passi leggeri mi distoglie dalle mie elucubrazioni.
     Dall'oscurità oltre alle torce alla mia destra un’altra figura femminile mi si avvicina lentamente.
     È alta e imperiosa, sul capo porta un pesante elmo di bronzo e sul corpo muscoloso ma proporzionato panni di un bianco candido come non ne ho mai veduti in tutta la mia vita. Il volto appena abbronzato è rigato di lacrime, ma non sfigurato da alcuna smorfia di disperazione: lo sguardo fiero e appagato è rivolto verso le colonne che la circondano, verso i loro fregi e bassorilievi e i capitelli magistralmente lavorati. Bella in modo chiaro e limpido, non nasconde aspetti inquietanti come molte delle donne che ho incontrato fino a quel momento: la verità la circonda e la permea.
     Dopo solo pochi istanti, devo distogliere lo sguardo. È qualcosa di troppo grande, quella donna. Fuggo verso la luce all'orizzonte: nella corsa, passo davanti a un giovane uomo dal fisico asciutto, che cammina avanti e indietro lungo un sentiero che esiste solo nella sua mente, del tutto concentrato sul piatto elmo che tiene stretto nelle mani. I suoi calzari di cuoio sono adornati con un paio di lunghe e affusolate piume marroni.
     Proprio quando riesco a riprendere il controllo sulla mia respirazione e a rallentare il passo, odo provenire dall'oscurità davanti a me un grido di dolore, straziante e liberatorio.
     Una matrona anziana ma di bell'aspetto, vestita con un lungo abito grigio e con un velo a coprirle il volto, si contorce sul pavimento in preda ai lancinanti dolori del parto: la sua pancia, però non è gonfia come dovrebbe. Ad accudirla c’è una giovane molto bella ma dallo sguardo spietato che, nonostante l’armatura di cuoio che la ricopre e il lungo arco che porta a tracolla, dimostra una dolcezza impareggiabile nel confortare la vecchia. Vicino a loro, poi, in piedi, stanno un uomo e una donna. L’uomo possiede due volti, di cui uno sulla nuca, ed entrambi conservano un’espressione profondamente concentrata ed esitante, di certo in vista della vicina nascita. La donna, invece, tenendo in mano un’asta su cui sopra brucia una grossa torcia, guarda con occhi pieni di compassione la partoriente, che non ha probabilmente molti anni più di lei; sembra conoscere bene il suo dolore, ma anche sapere che è del tutto inevitabile: dalla fredda pietra del pavimento, proprio al di sotto dei suoi piedi, spuntano ciuffi d’erba e minuscoli fiori. 
     Le contorsioni della vecchia ingabbiano la mia attenzione come un branco di pecore fa con quella del lupo e distolgo lo sguardo soltanto quando mi accorgo che la seconda testa dell’uomo ha preso a fissarmi. Cerco di apparire sicuro di me, e riprendo a camminare verso la luce all'orizzonte; quando finalmente si fa più vicina, le urla della donna s’interrompono improvvisamente.
     Davanti a me si apre la loggia tripartita, la parte più importante del tempio.
     La luce proviene dalla sua zona centrale, che ha l’aspetto di un lungo corridoio di pietra illuminato alla fine da un grosso rogo vicino al quale si trovano tre uomini. Mi volto, e scopro che le torce che fino a un attimo prima illuminavano il resto del tempio si sono spente; alle mie spalle c’è solo oscurità, e imboccare il corridoio è l’unica scelta che mi rimane.
     Dei tre uomini nei pressi del falò uno è seduto a terra, uno è in piedi e l’altro è appoggiato a una parete. Il primo è anche il più muscoloso. Ha il petto nudo e porta capelli e barba intrecciati con conchiglie e alghe marine: sta ridendo di gusto, e la sua risata è come le onde che s’infrangono contro gli scogli. Il secondo è colui il quale deve aver detto qualcosa di buffo; completamente nudo tranne che per un mantello bianco appeso alla spalla destra, ha caotici capelli del color della pietra e negli occhi un guizzo che rivela come a dispetto della palese età avanzata sia ancora molto giovane nell'animo. L’ultimo, infine, veste una lunga tunica nera come la pece ed è più brutto, pallido e meno definito degli altri due; i lisci capelli neri gli ricadono mollicci e inquietanti sul viso, ma dal tremito delle sue ossute spalle capisco che anche lui sta ridendo.
    Tra di loro aleggia il senso di vaga malinconia che caratterizza una famiglia a seguito della morte di un parente prossimo. Mi sento di troppo, ma quando le risate scemano, quasi all'unisono rivolgono tutti e tre lo sguardo in mia direzione.
     Si fanno subito molto seri, e in loro leggo l’amarezza e la disistima nei confronti.
     ‹‹ Tu. Sei tu. ››, mi dice il terzo uomo con una voce fredda e soffocata. ‹‹ È tua la colpa! ››.
     Rimango boccheggiante a guardarlo, senza sapere come rispondere.
    Ora tutti e tre continuano a ripetere che è colpa mia; cerco di convincermi che si sbagliano, che qualunque sia il delitto di cui mi accusano non merito davvero questo trattamento.
     Ma da qualche parte dentro di me so che invece hanno ragione.
   Mentre l’ansia cresce, indietreggio, ma alle mie spalle trovo un muro che prima certamente non era presente. Pochi istanti dopo, tutte le notti, mi sveglio.
     Ogni volta sento un dolore profondo, ben al di sotto del cuore. Dentro di esso, forse.
     Sull'identità delle figure che incontro in questo sogno, penso non ci siano dubbi.
Erano proprio loro, gli dei pagani, quelli che ogni Imperatore da dopo Costantino si è dato tanta pena per estromettere dalle vite dei cives romani. E non è nemmeno troppo difficile comprendere il significato di questo incubus: anche se all'epoca avevo solo nove anni, ho ormai compreso la portata di ciò che è accaduto a Tessalonica… la distruzione dei culti pagani era ormai solo più da formalizzare.
     Da te, Graziano, vorrei sapere soltanto una cosa.
     Il Paradiso è forse il luogo in cui vanno anche gli dei dimenticati, oltre gli uomini defunti?
     La tua anima immortale, nelle sue eterne passeggiate nel Regno di Dio, si è mai imbattuta in un Horus o un Baldr?
     Spero con tutto il mio cuore di no: Arbogaste si sta facendo sempre più intraprendente, e non ci metterò ancora molto a raggiungere te e mia madre.

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