mercoledì 23 aprile 2014

LEGAME

Un saluto a tutti voi, che state dall'altra parte dello schermo!
Come ve la passate? Di quanti buchi avete dovuto allargare la cintura, dopo le vacanze di pasqua e le relative scorpacciate?
Io di parecchi, ma le cinture non mi sono mai piaciute, quindi dico che è colpa loro e della loro mania di giudicarmi e la chiudo così senza particolari problemi.
Purtroppo è da un po' che non ci si sente: lo so, lo so che nell'ultimo appuntamento degli ALTRI CONATI avevo detto che ci saremmo sentiti presto per parlare un po' del libro e di altre cose... ma a causa del mio essere cronicamente senza soldi la fase di stampa del libro ha subito un po' di rallentamenti.
Nulla di cui preoccuparsi, comunque, quel dannato coso "sarà completato nei tempi previsti" (cit.) e molto presto ne parleremo per davvero. Resistete ancora un attimo, anche se so che è difficile.

In modo del tutto imprevisto, oggi sono qui per presentarvi il nuovissimo racconto breve, dal fantasmagorico titolo di LEGAME: è una storia abbastanza chiusa e cupa, che si innesta più o meno nel filone di racconti "horror" che avete già letto qui sopra, ma allo stesso tempo è qualcosa di diverso.
Molte persone che conosco, o che conoscono i posti che frequento, non stenteranno a riconoscere l'ambientazione del racconto e la sua tematica principale... ma non è l'unico sforzo che vorrei faceste, questa volta.
Già, perché il personaggio principale mi piace molto, e avrei una mezza idea di riutilizzarlo in qualche altro racconto (o chissà, magari in qualcosa di più corposo), ma mi serve che voi dall'altra parte dello schermo mi facciate sapere, attraverso gli ultimi ritrovati della tecnologia oppure offrendomi una birra, se effettivamente vi piace o meno, se vi ha incuriosito o meno, e se di questo personaggio volete di più.
Che ne dite, ci state? Stretta di mano digitale ma per questo non meno virile?

Bene, dopo questo sproloquio vi lascio al racconto vero e proprio.
A voi, LEGAME, ma prima un attimo di religioso silenzio per "Blue", di ANGIE HART, ottima per entrare nel giusto "mood".


A presto e buona lettura,
Simone
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    La Strada Provinciale 20, di collegamento tra Torino e la vicina Provincia Granda, era immersa nel buio e nel silenzio più assoluti da diverso tempo. Erano soltanto le quattro e mezzo del mattino, e mancava ancora almeno un’ora prima che si popolasse del via vai di automobilisti appena usciti da casa e già profondamente stanchi. Improvviso, il sommesso rombo di un motore si fece largo attraverso il silenzio: quello che da lontano sembrava un grosso moscone meccanico sferragliante, stava masticando lentamente il tratto di strada.
     Era una vecchia Fiat 124, con la lamiera talmente graffiata e sverniciata da rendere la sua naturale tonalità grigio metallizzato un ricordo quasi del tutto scomparso.
     All’interno, oltre i finestrini traballanti per la velocità, si trovavano due figure.
    Alessandra “Alex” Di Giacomo, quarantenne troppo magra che aveva passato più di metà della propria vita a trafficare con tutto ciò che aveva a che fare con l’occulto e l’esoterico, teneva il volante con forza, guardando la strada asfaltata fiocamente illuminata dai fari dell’auto. Accaldata dall’aria condizionata, si era tolta il suo pesante cappotto marrone con cappuccio, ed era rimasta con addosso il suo solo pile rosso sangue. Un paio di jeans sporchi e strappati, delle converse di un nero smorto, i lunghi e arruffati capelli corvini e gli occhi eterocromi (uno blu elettrico e l’altro verde scuro), completavano il quadro dandole un’aria particolare e sbattuta allo stesso tempo.
     Accanto a lei, sul sedile del passeggero, c’era Ester. Ester e basta, sapeva ben poco altro su di lei. Aveva incontrato quella ragazzina appena quindicenne, bassa e un po’ in carne, dai corti capelli biondicci e i grandi ed espressivi occhi scuri, durante uno dei suoi soliti tour notturni del capoluogo piemontese. Passando di pub in pub, Alex era infatti solita percorrere Via Roma in tutta la sua estensione, per poi spostarsi in Via Po e raggiungere la piazza della Gran Madre di Dio, dove prima di ritornare sui propri passi, rimaneva per lunghi minuti seduta a terra, sul selciato, lasciando che l’universo intero e ogni suo singolo elemento le entrassero dentro. Meditazione? Sì, si potrebbe anche chiamare così.
     Ester se ne andava in giro completamente sperduta, con addosso un paio di pantaloni scuri, un giubbotto viola fosforescente e un piccolo zainetto azzurro. Non era difficile comprendere che non aveva idea di come e dove passare la notte, e a parte Alex nella piazza non c’era nessun altro; nonostante la propria sedimentata misantropia, la donna non aveva avuto poi molta scelta.
    ‹‹ E questi che cavolo sono? ››, disse improvvisamente Ester, prendendo dalla portiera dell’automobile una confezione di plastica strapiena di dischi. ‹‹ Posa quella roba, ragazzina! ››, si mise subito a sbraitare Alex, ma senza particolare successo.
    Patti Smith, Ramones, Stooges, Sex Pistols: tutta una serie di nomi a Ester quasi sconosciuti passarono sotto i suoi occhi, facendo alternare sul suo volto espressioni di confusione e disgusto.     
     ‹‹ Dio mio, ma non hai niente che sia degli ultimi dieci anni? ››, chiese.
     Alex si voltò a guardarla per qualche secondo, impassibile.
     ‹‹ Perché, negli ultimi dieci anni qualcuno ha più fatto musica? ››.
     Sbuffando, Ester richiuse il porta-cd e lo lanciò sui sedili posteriori, sistemandosi poi meglio su quello del passeggero. Alex si maledisse silenziosamente per aver accettato di aiutarla: se c’era una cosa certa, in tutta quella situazione, era che guidare per ore in mezzo all’oscurità non era il modo in cui avrebbe voluto trascorrere quella serata.
     C’era proprio cascata, si disse. Maledetta lei e la sua passione per l’occulto, e maledetta anche Ester, che aveva portato con sé un segreto cui lei non aveva saputo resistere.
     Rotto il ghiaccio, Alex l’aveva portata in uno dei pub nei pressi della Gran Madre. Ester le aveva rivelato di aver raggiunto Torino nel pomeriggio, fuggendo da un piccolo paesino della Granda ai piedi delle Alpi Marittime, nei quali viveva assieme ai suoi genitori e al nonno, l’unica persona sopra gli ottanta anni che avesse mantenuto la propria sanità mentale e la propria memoria intatte, in quel luogo.
     Ma il suo non era stato semplicemente uno scoppio d’ira adolescenziale.
    Per anni, il suo sonno era stato disturbato da immagini e sussurri mentali di origine sconosciuta, che le avevano fruttato, tra le altre cose, diverse sedute dallo psichiatra. Le suggestioni erano molto forti, le parlavano di un evento violento che era avvenuto e continuava ad avere ripercussioni in un particolare punto del suo paesino: quando le era stato chiaro che nessuno le avrebbe prestato aiuto, aveva pensato di fuggire.
     Suggestioni mentali, violenza, mistero: ad Alex non serviva altro per decidere di mettersi in azione. Certo, esisteva la seria possibilità che Ester fosse semplicemente una pazza visionaria, ma era un pericolo cui avrebbe pensato a tempo debito.


     La Fiat 124 continuò a ronzare lungo la strada fino a quando, verso le sei, arrivò in vista del cartello che segnalava l’entrata del piccolo paesino. Alex accostò sul ciglio della strada e diede una piccola spinta a Ester, che intanto si era addormentata. La ragazzina rispose con un grugnito.
     ‹‹ Ci siamo. ››, le disse. ‹‹ Come si arriva a casa tua? ››.
     ‹‹ Non sono sicura di volertelo dire. ››, rispose Ester stiracchiandosi vistosamente.
     ‹‹ Se preferisci stare qui in mezzo al niente. ››.
     ‹‹ Non lo faresti! ››.
     ‹‹ Mi conosci da meno di cinque ore. Io starei attenta, fossi in te. ››.
     Ester sbadigliò, per nulla toccata dalle parole della donna.
     ‹‹ Al prossimo incrocio gira a destra ed entra in paese. Poi andiamo a piedi. ››.
     Alex prese una larga strada asfaltata in leggera salita, fino all’incrocio indicato dalla ragazzina.
    Tenne la destra e continuò per qualche centinaio di metri ancora in salita, fino a giungere in vista di una grossa chiesa biancastra. Ester lo fece parcheggiare in uno degli spazi bianchi appositi che circondavano la struttura e scese dall’automobile qualche istante prima che il motore si spegnesse. Alex estrasse le chiavi, uscì dall’abitacolo e s’infilò nuovamente il lungo cappotto marrone, sgranchendosi i muscoli intorpiditi dopo il lungo viaggio e lanciandosi un lento sguardo attorno.
     La chiesa, di certo più antica dell’alto campanile che le svettava al di sopra, si trovava in mezzo a due file parallele di edifici dall’aspetto polveroso, che ospitavano sia negozi (per lo più ai piani inferiori) sia appartamenti. A terra, il porfido regnava sovrano e caratteristico, mentre sopra i tetti rossastri, il cielo del classico argento opaco del gennaio piemontese si lasciava osservare indifferente: la debole luce del sole che filtrava ogni tanto da esso non sarebbe riuscita a scaldare assolutamente nulla, nemmeno se ne avesse avuto l’intenzione.
     A passo lento, Ester condusse Alex lungo la strada alle spalle della grossa chiesa, fermandosi poi davanti a un grosso portone di legno e premendone per diversi secondi il campanello.
    Dopo qualche istante, al di là del portone, si udirono passi rapidissimi, seguiti dal rumore dei chiavistelli che si aprivano nervosamente. Il volto, pallido seppur pieno, di un uomo sulla quarantina in una vecchia tuta nera, con un grosso paio di baffi, un’alta stempiatura e, sotto le profonde occhiaie, gli stessi occhi grandi di Ester, spuntò dal portone confuso e preoccupato.
     ‹‹ Ciao, papà. ››, disse la ragazzina a mezza voce.
     L’uomo le si gettò al collo urlando il suo nome, e poco dopo anche sua madre, una bella donna in camicia da notte più o meno della stessa età del marito e con corti capelli biondi fittamente riccioluti, li raggiunse sulla porta.
    Alex rimase educatamente in disparte, cercando di distogliere lo sguardo, ma con poco successo. Gli erano sempre mancati, due genitori normali. Per un istante pensò a sua madre, immobilizzata su quel letto da più di quindici anni, e solamente per colpa sua. Era un po’ che non le faceva visita.
     ‹‹ Ester, come sei tornata? ››: la voce della donna in camicia da notte tolse Alex ai suoi pensieri.
   La ragazzina non rispose, ma si voltò in sua direzione; Alex aprì la bocca, ma fece giusto in tempo a presentarsi. ‹‹ Grazie infinite, davvero. Sono Roberto, e questa è mia moglie Carla: la prego, venga dentro! Offrirle colazione mi sembra davvero il minimo! ››, le disse, offrendogli la mano e indicando con un cenno del capo il portone di legno.
     A disagio, Alex annuì silenziosamente e nello stesso istante percepì un crampo allo stomaco.
     Seguì quindi i tre al di là del portone.
   L’abitazione della famiglia di Ester era un edificio a ferro di cavallo, palesemente risultato dei diversi ampliamenti di un corpo centrale che doveva essere stato un’ampia stalla. Imboccando una striminzita scalinata laterale, i tre fecero entrare Alex, chiedendole che cosa desiderasse per colazione; i loro convenevoli, però, furono interrotti da diversi colpi di tosse provenienti dalla soglia della cucina.
     Appoggiandosi con una mano alla parete intonacata e con l’altra a un corto bastone di legno malamente intagliato, un vecchio uomo basso e curvo, dai corti capelli bianchi perfettamente pettinati e vestito con dei pantaloni a coste scuri e un maglione di flanella marrone, si fece avanti a passi incerti.  ‹‹ Allora, volete dirmi che cosa diamine sta succedendo? ››, esplose il vecchio con una voce raschiante al limite del sopportabile. Ester gli si fece subito incontro, e lo abbracciò con forza.
     Le parole “Nonno” e “Scusa” uscirono a più riprese dalla sua bocca, ma lui la interruppe quasi subito. ‹‹ Smettila, tutti abbiamo fatto qualche idiozia, alla tua età. Solo, potevi avvertirmi: lo sai che ci metto un po’ ad accettarlo, quando le persone smettono di far parte della mia vita. ››.
     ‹‹ Papà, questa è Alessandra. Ha incontrato Ester a Torino e si è offerto di riportarla a casa. ››, disse Roberto toccando distrattamente il vecchio su una spalla, come a ricordargli di dimostrarsi gentile e educato. Lui si slegò dall’abbraccio della nipote e squadrò Alex per lunghi istanti.
     ‹‹ Così è lei che dobbiamo ringraziare. Sono Giuseppe. ››.
     ‹‹ Chiunque l’avrebbe fatto. ››, rispose Alex.
     ‹‹ No, non di questi tempi. È bello sapere che esistono ancora persone per bene, al mondo. ››.
    Alex non rispose, mostrandogli invece un sorriso imbarazzato. Non era abituata a prendersi il merito di qualcosa: spesso le persone che aiutava erano troppo spaventate, folli o defunte per farlo.
     Raggiunta la cucina, Alex, Ester, Roberto, Carla e Giuseppe fecero una lauta colazione.
    Dopo i primi minuti di assoluto silenzio, iniziarono a parlare del più e del meno. Alex si trovò a doversi presentare per bene, cercando di non sembrare la sbandata senz’arte né parte che sapeva benissimo di essere in cuor suo.
     Ester parlò poco, i suoi genitori evitarono quanto possibile di rivolgerle la parola. Di certo non vedevano l’ora di parlare della sua fuga, ma erano sufficientemente riservati da attendere che Alex si fosse tolta di mezzo. Bene così, pensò lei. Dubitava che Roberto, Carla e Giuseppe sarebbero riusciti a comprendere davvero le ragioni della sua presenza.
     Alex terminò la sua tazza di caffè e ingollò l’ultimo pezzetto di pane ricoperto di burro, quindi si alzò e ringraziò tutti per l’ospitalità, dirigendosi verso la porta dell’abitazione.
     Mentre ripercorreva le strette scale esterne verso il portone di legno, Ester la rincorse, chiamandola. ‹‹ Ehi, esperta dell’occulto! Che farai, adesso? ››.
     ‹‹ Una bella passeggiata, penso. Sai, il lungo viaggio e via dicendo. ››.
     La ragazzina assunse un’espressione un po’ delusa. ‹‹ Ah. E per il mio problema? ››.
    ‹‹ Prima di proporre una diagnosi, bisogna analizzare i sintomi. Ho bisogno di capire un po’ di cose, di vedere il posto verso cui le tue… voci ti spingono. ››.
     Ester gli si avvicinò di qualche passo e disse a bassa voce: ‹‹ Stasera, a mezzanotte, qui fuori. ››.
     Voltandosi di scatto, ritornò poi rapidamente in casa.


     Alex trascorse davvero il resto della giornata girovagando per il centro storico.
  Camminò chiusa nel lungo cappotto, le mani affondate nelle tasche. La stanchezza minacciava costantemente di spingerla nella sua auto per strappare qualche ora di sonno, ma qualcosa glielo impediva. Più passeggiava, immergendosi in quel dedalo di vecchi muri dall’intonaco squarciato, e più percepiva qualcosa d’ineffabile ad accompagnarla.
     Era una sensazione che a Torino, nel caos urbano, era possibile percepire solo in alcuni luoghi specifici (proprio come la piazza della Gran Madre): ogni singolo centimetro di pietra, legno e mattoni era impregnato dell’energia statica lasciata dalle vite che si erano succedute su di essi.
     I ricordi avevano una forza straordinaria in quel minuscolo paesino.
     Giunse così la mezzanotte, e ormai impaziente Alex si presentò davanti a casa di Ester.
     Dopo qualche attimo, una finestra dell’edificio si aprì lentamente, e la ragazzina buttò fuori la testa. Alex le rivolse un cenno spazientito, e lei le rispose con entusiasmo prima di fiondarsi nuovamente dentro. Gettando poi un paio di lunghe lenzuola bianche al di là della finestra, la raggiunse calandosi giù.
     ‹‹ Una fune con le lenzuola. Davvero? ››, le chiese Alex, in realtà diverta.
     Ester diede uno strattone alla candida matassa, che le piovve addosso, e si mise a ripiegarla.
     ‹‹ È un classico. E non se lo aspetta nessuno. ››, le rispose con un sorrisetto astuto.
    Con le lenzuola sottobraccio, Ester portò Alex ad aggirare la grande struttura della chiesa, imboccando poi una breve stradina in salita sulla sinistra e conducendola dopo pochi metri a una piccola piazzetta. Lo spiazzo era occupato per la maggior parte da macchine ordinatamente parcheggiate ed era ricoperto di porfido e circondato da un recinto di vecchi edifici come la gran parte del paesino; a completare il quadro si trovavano un paio di gelide panchine e altrettanti alberi spogli, in attesa della resurrezione primaverile.
    Secondo Ester, le voci nella sua testa l’avevano sempre spinta verso questa zona, che era tra le più antiche del paese: di giorno sembrava totalmente innocua ma quella notte (come di certo tutte le altre) aveva cambiato completamente registro.
    Tra le macchine parcheggiate, a volte anche attraverso di esse, diverse figure dalla silhouette bianco acceso percorrevano il perimetro della piazzetta con lo sguardo fisso a terra. Le braccia mollemente adagiate lungo i fianchi, le schiene curve e le teste basse, avanzavano senza muovere le gambe e soprattutto senza toccare realmente il selciato.
      Erano fantasmi, di questo Alex era sicura.
      Ed erano trenta, più o meno, cioè ben più di quanti ne avesse mai incontrati in una volta sola.
     Un basso lamento di Ester attirò la sua attenzione: la forza dei sussurri che le occupavano la mente era quasi insopportabile, glielo si leggeva in faccia, e Alex si domandò quanto dovesse essere stato difficile per lei resistere tutti quegli anni senza impazzire.
     Le pose una mano sulla spalla, annuendo, quindi entrò cautamente nello spiazzo.
     Visti da vicino, i trenta fantasmi presentavano sul proprio corpo intangibile fori di proiettile, bruciature e in generale i segni inequivocabili dell’utilizzo di armi da fuoco. In molti avevano ossa disarticolate, crani divelti verso l’esterno, stomaci spappolati e cadenti: erano stati uccisi con noncuranza, di fretta. Una delle cose che più colpì Alex, però, fu il loro vestiario. Era datato, ma non in modo esagerato, e composto d’indumenti pesanti di cotone e lana che molto probabilmente in quello stesso momento erano nascosti nelle case della maggior parte dei cittadini, sepolti sotto a quelli più moderni. Dovevano essere morti sessanta, settant’anni fa, circa, si disse.
   ‹‹ Di solito i fantasmi sono così legati al luogo in cui si manifestano, da scoraggiare ogni intrusione. Avrebbero già dovuto reagire alla nostra presenza. ››, disse Alex, incuriosita.
     ‹‹ Sei delusa dal fatto che nessuno di loro abbia provato a ucciderci? ››, chiese Ester, incredula.
     ‹‹ Un po’. ››.
     Nei successivi minuti, Alex controllò con attenzione ogni centimetro della piazzetta, gli alberi, le panchine, addirittura l’interno di ciascuna delle macchine parcheggiate, in cerca di una spiegazione alla presenza dei fantasmi. Vagliò ogni ipotesi legata all’occulto, ma sapeva poco di quel paesino, e secondo Ester non c’erano mai stati contatti tra gli spiriti e gli abitanti (dei quali praticamente nessuno rimaneva fuori la sera dopo le undici): che fossero stati evocati o richiamati per qualche scopo sembrava poco credibile.
     Spazientita, Alex espresse ad alta voce i suoi dubbi, e nell’attimo dopo Ester percepì una fitta alla tempia, come se il cervello avesse tentato di uscirle dal cranio. Tutti i fantasmi, inoltre, si voltarono verso di loro di scatto, avvicinandosi.
     ‹‹ Ragazzina! Che ti prende? ››
   ‹‹ S-sto bene. ››, sussurrò Ester. ‹‹ Ho provato qualcosa, un senso di rifiuto, come quando senti pronunciare male una parola comunissima, solo che non era mio, non mi apparteneva… ››.
     Certo che non era suo, pensò Alex immediatamente. Ester era un medium.
     Prendendo la ragazzina per le spalle, la donna la guardò dritta negli occhi. ‹‹ Ho bisogno di te, Ester, e di quello che sai fare. Devo parlare con loro. ››. ‹‹ So che farà male, davvero. Ma tutto quel che devi fare è rilassarti. ››, aggiunse poi assumendo un tono di voce piatto e cantilenante e sfruttando le proprie scarse capacità ipnotiche. Fortunatamente, il contatto di Ester con gli spettri era così profondo che cedette immediatamente alla trance.
     ‹‹ Ok, bene. Se nessuna delle mie ipotesi è vera, perché loro sono qui? ››, le chiese Alex.
   La ragazzina impiegò alcuni istanti a rispondere, gli occhi chiusi, le pupille guizzanti al di sotto delle palpebre. ‹‹ Un grande vuoto è la ragione. Li costringe a rimanere qui, da decine di anni. ››.
     ‹‹ Un grande vuoto… qualcosa di un po’ più specifico? ››.
     ‹‹ È qualcosa di profondo, cementato dal sangue, dal senso di colpa e dai ricordi scomparsi. ››.
     Alex sbuffò, cercando di non cedere all’insofferenza. Era sempre così, con i fantasmi: non riuscivano non essere criptici, parlando di se stessi.
     Improvvisamente, Ester iniziò a singhiozzare sempre più forte, in preda all’ansia.
     ‹‹ Non vogliono più stare qui, Alex! Sono stanchi di guardare la pace eterna senza poterla raggiungere… li devi aiutare! Li devi aiutare! ››, prese a urlare la ragazzina, il corpo scosso da violente convulsioni. Il collegamento empatico con gli spiriti era diventato troppo profondo: Alex la chiamò a gran voce, risvegliandola dalla trance prima che potesse peggiorare ancora.
     Appena ripreso il controllo di se stessa, Ester la abbracciò con forza, spaventata.
     I fantasmi continuarono a guardarli, senza muoversi di un millimetro, in immobile attesa di una risposta alla loro disperata richiesta. ‹‹ Ok, ok, vi aiuterò. ››, disse Alex. ‹‹ Ora lasciateci in pace!››.
     Le trenta anime tornarono lentamente a vagare, curve e disinteressate, nella piazzetta.


     Alex ed Ester ritornarono lentamente indietro sui loro passi.
     Fino a quando la ragazzina non si fu palesemente ripresa dal colloquio con i fantasmi, Alex rimase con lei: cercando di fare meno rumore possibile, a un certo momento Ester rientrò in casa dal portone, tenendosi ancora le lenzuola sottobraccio. Stanca come non si sentiva da diverso tempo, quindi, Alex s’infilò nella sua macchina e finalmente si addormentò.
     A svegliarla furono le campane della grande chiesa.
     Erano le dieci del mattino, e nonostante le lunghe ore di riposo non si sentiva per nulla riposata.
   Fece colazione in un bar poco distante, trovando nel caffè amaro la forza di rimettersi al lavoro sul “problema fantasmi”, quindi, chiedendo informazioni al barista, raggiunse la biblioteca comunale.
    Nelll’occulto, la conoscenza era la cosa più importante: tutto il resto, i rituali, le candele, i simboli, era accessorio.
      La cosa fondamentale era sapere sempre con chi avevi a che fare.
     La biblioteca, gestita da una stramba signora, alta, bionda, e con una voce acuta terribilmente fastidiosa, era molto piccola ma davvero ricca di testi riguardanti la storia non solo del paesino, ma di tutta la Granda. Nel giro di qualche ora, Alex riuscì a scoprire che la comunità cittadina, nel 1944, era stata teatro di una carneficina nazista durante una tranquilla mattinata di mercato, lunedì 10 gennaio: nell’occasione, erano stati uccisi trenta innocenti, che a oggi avevano ricevuto come unico omaggio una medaglia di bronzo al valore civile.
     Data, modalità di uccisione e numero delle vittime coincidevano perfettamente: ecco svelata l’identità del gruppo di fantasmi. Ciò che invece rimaneva ancora avvolto dal mistero, però, era l’origine del sentimento che li teneva legati al nostro piano d’esistenza.
     Lasciata la biblioteca, Alex si rigettò nel dedalo di stradine lastricate cercando di analizzare la situazione il più logicamente possibile. In breve, comprese che l’aver scoperto del massacro nazista non aveva fatto altro che aumentare la lista di probabili candidati: quei morti erano legati intimamente alla storia del paesino e ai suoi abitanti, e avevano sicuramente lasciato profonde cicatrici nella memoria collettiva, rendendo possibile che, chi stesse trattenendo le loro anime, lo stesse facendo in modo del tutto inconsapevole.
   Ma mantenere un collegamento di quel genere per decine di anni spesso richiedeva impegno, e Alex preferiva non pensare al peggio fin da subito.
     Improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, qualcosa si smosse all’interno del suo cervello.
     Un elemento fondamentale della faccenda gliel’aveva fornito Ester stessa, e un altro l’aveva sempre avuto sotto gli occhi: quasi correndo, Alex si catapultò ancora una volta a casa della ragazzina, suonando il campanello a più riprese.
     Il portone di legno ci mise diverso tempo ad aprirsi, svelando la figura ingobbita di Giuseppe al di là della soglia. ‹‹ Oh, Alessandra. Chi cercavi? Purtroppo ci sono solo io, questa mattina. ››.
     ‹‹ È una fortuna che cercassi proprio te, allora. Posso entrare? ››.
     Il vecchio, un po’ sorpreso, si scansò dall’uscio e la precedette fin dentro l’abitazione: si misero in cucina, occupando gli stessi posti del giorno prima.
    ‹‹ Allora, che cosa posso fare per te? ››, le chiese Giuseppe adagiandosi il più comodamente possibile sulla sedia e incrociando le mani al di sopra della pancia.
   ‹‹ Sai, durante il viaggio Ester mi ha detto che tu sai tutto ciò che è successo nel corso degli ultimi ottant’anni di storia locale. Ed io adoro le storie. ››.
     Giuseppe gli lanciò un sorrisetto compiaciuto. ‹‹ Quale vorresti sentire? ››.
    ‹‹ Non so, per esempio quella che parla di lunedì 10 gennaio 1944. ››, rispose Alex, guardandolo dritto negli occhi.
     Il vecchio smise di respirare per un istante, quindi iniziò a parlare.
     ‹‹ So poco di quella mattina, solo quello che mi è stato raccontato: io e gli altri partigiani eravamo nascosti sulle montagne. Era un normale lunedì di mercato, e il morale era diviso tra chi festeggiava perché qualche giorno prima avevamo ucciso tre nazi e quelli che invece si rendevano conto di quanto poco peso avesse avuto questa vittoria nella guerra. ››. ‹‹ All’improvviso arrivò un’intera divisione di crauti, gettando tutti nel panico. Controllarono documenti, perquisirono case, ne diedero alcune alle fiamme, e chi proprio non andava loro a genio, lo portarono in piazza. ››.
   ‹‹ Ammassarono diciannove persone e le fucilarono sul posto. Ne rastrellarono poi altri undici, nelle campagne intorno: trenta morti in una sola mattina. Era così che vedevano le cose quei bastardi, ognuno di loro valeva dieci di noi. ››.
     Giuseppe s’interruppe, evidentemente sofferente, ma Alex lo incalzò. ‹‹ E poi, che successe? ››.
    ‹‹ I sopravvissuti si organizzarono per togliere i cadaveri dalla piazza e dargli un meritato funerale, ma i nazi glielo impedirono. Quella giornata orribile terminò così. Poi, qualche mese dopo, la guerra finì e con una rapidità che non avrei mai creduto possibile, quelle trenta persone diventarono accidenti, danni collaterali. ››.
     Alex guardò a lungo Giuseppe, in silenzio.
     ‹‹ Non riesco a immaginare come possa essere rimanere l’unico testimone dei fatti. ››, gli disse.
   ‹‹ È un vero schifo, ti assicuro. Una responsabilità che nessuno dovrebbe prendersi. ››, le rispose il vecchio, l’espressione profondamente contrariata sul volto.
     ‹‹ E che non ti sei mai deciso davvero ad affrontare. ››, disse Alex con freddezza.
     Giuseppe assunse un’espressione confusa. ‹‹ Che cosa significa? ››, chiese lui balbettando.
    ‹‹ Anch’io ti devo raccontare qualcosa. ››, riprese immediatamente lei. ‹‹ Non ho aiutato Ester solo per fare la mia “buona azione dell’anno”: fidati, non sarebbe stato da me. La ragazzina è scappata perché da anni, ogni notte, sente cose che ben pochi altri riescono a sentire; è una sensitiva parecchio dotata, e ha resistito alla vostra incapacità di comprenderlo più del dovuto, probabilmente. ››. ‹‹ Sono venuto qua per capire che cosa la turbasse, che cosa sentisse. Si tratta dei fantasmi delle trenta persone morte quel lunedì mattina. ››.
     Alex s’interruppe per un secondo, guardando impassibile il vecchio. Giuseppe non le chiese se credeva davvero a quel che stava dicendo, era chiaro che lo facesse.
     ‹‹ Il punto della questione è come, e perché, gli spiriti di queste persone non hanno pace. ››, continuò Alex, ‹‹ Ieri notte, Ester ed io siamo andati in piazza e abbiamo fatto quattro chiacchiere con loro. Abbiamo scoperto che per tutti questi anni è stato qualcuno a trattenerli qui. ››. ‹‹ La vera domanda è quindi: come ci sei riuscito, Giuseppe? ››.
     Il silenzio si espanse in tutta la cucina come gas nervino.
    Alex e Giuseppe continuarono a fissarsi, il sorriso incredulo dell’ultimo che lentamente si trasformava in un’espressione di sincera disperazione.
    Finalmente, il vecchio abbandonò il contatto visivo, serrò le braccia sul tavolo e vi affondò il volto, iniziando a singhiozzare. ‹‹ Vuoi la verità? ››, disse infine, ‹‹ Non so nemmeno io come ci sono riuscito. ››. ‹‹ Inevitabilmente, la notizia del massacro giunse anche da noi, sulle montagne. Abbandonai il gruppo e ritornai in paese; probabilmente nessuno lo pensava davvero, ma negli occhi di ogni compaesano vedevo un’accusa contro di me. La rappresaglia era stata colpa nostra, sapevamo come reagivano e ragionavano i crucchi, e nonostante tutto avevamo deciso di farli incazzare. ››. ‹‹ Passai gli ultimi mesi di guerra a raccogliere fotografie delle vittime. È l’ultima traccia di quelle trenta vite: sarebbe una testimonianza storica importante, se a qualcuno interessasse. ››.
      Con lentezza, Giuseppe si alzò dalla sedia, facendo cenno ad Alex di seguirlo.
     Il vecchio si trascinò fino al piccolo corridoio che collegava la cucina al grande salotto, occupato per buona parte della propria estensione da un basso mobiletto di legno.
     Fece scattare la chiave per due volte e aprì una delle ante, rivelandone l’interno pieno zeppo di album di fotografie; ne estrasse uno, dall’aspetto elegante, ma anche molto vecchio, e lo porse ad Alex.
     Alla donna bastò tenerlo in mano qualche secondo, per comprendere come il senso di colpa di Giuseppe, il sangue di quelle trenta persone e l’assurdità della loro dipartita, si fossero amalgamati indissolubili in quelle pagine giallastre: l’album era un grosso e impolverato talismano, la catena che tratteneva gli spiriti nel nostro piano di esistenza.
     ‹‹ Non mi sono accorto subito di quello stava succedendo. ››, le disse Giuseppe dopo un po’. ‹‹ Ho fatto loro visita, in questi anni, fino a quando mi è stato possibile andare in giro liberamente. Credo le vecchie abitudini siano dure a morire, eh? In tutti questi anni sono stato soltanto un ometto spaventato ed egocentrico. ››.
     ‹‹ Che cosa intendi fare, ora? ››, le chiese infine.
    ‹‹ Questa storia non può continuare. Per Ester, e per loro, soprattutto. ››, gli rispose Alex annuendo in direzione delle fotografie all’interno dell’album.
    ‹‹ Mi sa che hai ragione. Ma, ora che anch’io sto morendo, non posso fare a meno di chiedermi… tu credi sia davvero giusto che le nostre vite siano così facili da dimenticare? ››.
     ‹‹ Non so, se è giusto o sbagliato. So che c’è differenza tra accettare e dimenticare: la stessa che esiste tra l’essere vivi e l’essere morti. ››.
     Era una domanda complessa, questo Giuseppe lo sapeva.
     Così come capiva che quella era l’unica risposta che Alex avrebbe potuto dargli.
    I due rimasero in piedi nel mezzo del corridoio fino a quando Alex non ebbe sfogliato anche l’ultima pagina dell’album. Quindi, la donna chiese al vecchio di salutarle Ester e uscì dall’abitazione portando con sé l’album: lui se ne tornò mestamente in cucina, senza aggiungere nient’altro che un ringraziamento a mezza voce.
     Alex rientrò in macchina e uscì dal paesino percorrendo a ritroso la strada che l’aveva portato in quella piccola realtà densa d’inquietudine. Dopo circa mezz’ora, accostò a lato della strada, presso un prato sconfinato avvizzito dal gelo dell’inverno piemontese.
     Prese l’album di fotografie e le estrasse una a una poggiandole a terra con delicatezza.
    Si accovacciò e prese a sfregarsi i palmi delle mani sopra la pila di fotografie, fino a quando essa non cominciò a essere lambita dalle prime fiammelle rossastre; in breve, grazie a quel semplicissimo incantesimo, gli scatti furono completamente sommersi dal fuoco e dal fumo.
    Tra le alte volute grigiastre e spesse, Alex si convinse di riuscire a vedere i volti sorridenti e finalmente soddisfatti non solo dei trenta innocenti, ma anche di Giuseppe ed Ester. 



lunedì 7 aprile 2014

ALTRI CONATI (V)

Un caloroso saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo!
E benvenuti al primissimo post di questo aprile 2014, e cioè il nuovo appuntamento con la rubrica ALTRI CONATI: il piccolo spazio in cui consiglio un libro, un fumetto e un film che mi hanno particolarmente colpito in senso positivo. Come sempre, ricordo che non sono recensioni, ma soltanto pareri personali: non voglio insegnare niente a nessuno!
Ma attenzione, perché questo particolare appuntamento assumerà oggi il senso esattamente opposto!
Ebbene sì, oggi avrete la rara fortuna (non tanto rara, a dire la verità, se mi conoscete di persona) di poter godere di tre (s)consigli, da parte mia; vi SCONSIGLIERÒ un libro, un fumetto e un film, i tre che proprio non mi sono piaciuti e che nell'istante in cui vi scrivo mi vengono alla mente come i peggiori che io abbia mai letto/visto.

Siete pronti, quindi?
Io sono davvero esaltato: fa sempre bene parlar male di qualcosa, vero?


SUPERGODS - di Grant Morrison
Grant Morrison, lo dico senza alcun problema, è uno tra i tre autori di fumetti che assolutamente preferisco. Però c’è un limite a tutto.
SUPERGODS ha due declinazioni: è sia un trattato sulla storia del fumetto supereroistico, e sia un’analisi (abbastanza sommaria) delle vicende di vita di Morrison… ed è proprio questo il lato negativo di tutta la cosa! Perché in nome di tutto ciò che è caro, dev'essere necessario spezzare l’interessante cronologia di come gli Americani si sono costruiti una propria mitologia, con avventure e disavventure di uno sceneggiatore palesemente interessato soltanto alla propria carriera e a sballarsi con ogni droga su cui ha la possibilità di mettere mano?
Morrison confeziona un libro, quindi, interessante e valido soltanto nella sua accezione saggistica. Metà che però non riesce a giustificarne il prezzo.


HELLBLAZER - di Jamie Delano (e altri autori vari)
Continuiamo con le “delusioni” e i “tradimenti”: come probabilmente ben saprete, John Constantine è ben più di un semplice personaggio dei fumetti, per me.
I capitoli iniziali della sua serie personale, i primi 40, sono scritti da Jamie Delano (no, non chiedetemi che altro ha fatto, lo dico per il vostro bene)… e diciamocelo, non potevano iniziare peggio la serie!
Siamo alla fine degli anni ’70, e John non è altro che un idiota trasportato dagli eventi, che deve fare i conti con un passato difficile e con un presente in cui la politica affama e impoverisce i cittadini su cui essa stessa si poggia; in tutto questo panorama, s’infila anche, ovviamente, la magia e tutto ciò che è legato all'occulto.
Sinceramente non pensavo di poterlo dire, ma gli unici capitoli decenti sono quelli in cui si svela un po’ del passato del nostro stregone amante delle Silk Cut: tutto il resto è una melma senza spinta e del tutto dimenticabile che non aggiunge, e soprattutto non regala, assolutamente niente.
E la politica, poi, tutta quella trita e ritrita critica politica… evidentemente, Delano non ha capito nemmeno in quale ottica avesse creato il personaggio il caro, vecchio, cittadino di Northampton.


UNA NOTTE DA LEONI - di Todd Phillips
Ed eccoci arrivati al film. 
Ok, lo so, sono andato sul sicuro scegliendo questa roba, ma andiamo… datemi tregua.
Come faccio a parlare di questo film? Cioè, già la trama è completamente assurda, e la conoscete tutti!
Il punto veramente dolente, secondo me, è la messa in scena: è tutto spezzettato, completamente scostante e scollegato, praticamente impossibile da seguire.
E l’ironia, poi, il tono che si tiene dall'inizio alla fine del film: realistico, sì, ma troppo, troppo, troppo sopra le righe (cosa che si è fortunatamente nei successivi due capitoli della trilogia).
Ah, e un’altra cosa. Mike Tyson.
Ma fatemi il piacere, fatemi!
Proprio non esisteva un altro attore di Las Vegas, magari con quel minimo di capacità e talento da non risultare estremamente fastidioso?
Possiamo anche fermarci qui, demolire l’ennesima commedia americana priva di forza e convinzione nella speranza che in futuro veda la luce qualcosa che non sia uno di questi aborti, è anche troppo facile, non credete?

Bene, eccoci arrivati alla fine… oh, ok. Basta cavolate!
Non credo di aver ingannato nessuno, ma per i tre di voi che hanno creduto per davvero a quello che ho scritto sopra, erano tutte balle: SUPERGODS è un libro interessantissimo soprattutto come “diario” della vita di Morrison e di come intende il proprio lavoro di sceneggiatore/scrittore, i primi 40 capitoli di HELLBLAZER sono il meglio che io abbia mai letto per quanto riguarda questa serie (e anche migliori del ciclo di Ennis e Dillon, per chi sa di cosa sto parlando) e UNA NOTTE DA LEONI, il primo, è un ottimo film divertente e dalla trama parecchio sorprendente, fattori che purtroppo sono andati scemando negli ultimi due capitoli.

Ve la sarete mica presa? Un piccolo scherzetto, un “pesce d’aprile” in ritardo di una settimana circa!

Noi ci risentiamo più avanti in questo mese, per discutere ancora un po’ di SEIOCCHI (‘proposito, stanno finendo i giorni per la prenotazione di una copia, che aspettate?) e con il nuovo racconto breve.

A voi, STARE DOVE SONO, sempre dei miei cari Ministri.

A presto,
Simone