venerdì 14 febbraio 2014

SOTTO LO STESSO CIELO

Un abbraccio e il solito caloroso benvenuto a tutti voi, che state dall'altra parte dello schermo!
Questo febbraio si è rivelato essere un mese particolarmente pieno di cose da fare, purtroppo o per fortuna; tra progetti di cui presto sentirete mooolto parlare qui sopra, lavori quasi in stand-by finalmente ripresi, la mia spasmodica ricerca di un modo per guadagnare soldi accettato dalle regole del nostro beneamato Stato e diverse nuove attività sotto l'aspetto dei giochi di ruolo e dei wargames, ho avuto davvero poco tempo per dedicarmi al nuovo racconto.
Anche per questo, a 'sto giro, ve la cavate con due cartelle: una cosa rapida ma spero per niente indolore!

Il titolo è SOTTO LO STESSO CIELO, ed è una delle cose più personali che abbia scritto in tempi recenti, tutto incentrato sulla soggettiva di un giovane uomo che descrive come la sua vita è cambiata dopo l'incontro e l'innamoramento con una donna.
Sì, esatto, anche il tema di questo secondo post mensile è interamente "Sanvalentinesco"... ma l'avevo detto.
E volete saperla una cosa? Mi sono stancato di questa moda di denigrare San Valentino. E se voi che siete qui a leggere siete tra i caproni che lo fanno ogni anno, per almeno una settimana intera, forse sarebbe il caso che cominciaste a dirvi la verità: tutti vorremmo festeggiarlo, San Valentino, perché tutti vorremmo avere qualcuno vicino. Stupida gelosia e penosa cattiveria, ecco da che cosa derivano atteggiamenti di questo tipo.

Ok, anche lo sfogo l'ho fatto. Quindi vi lascio a questa breve lettura, che se volete potreste tranquillamente accompagnare con "Yellow", dei COLDPLAY.
Fate voi, io non mi offendo, ma magari Chris Martin sì. Chi lo sa.

Simone
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     Partendo dalla gola, una lunga e avvolgente scarica di piacere raggiunge ogni angolo del mio corpo in risposta all'amalgama del pizzicore amarognolo e della dissetante frescura della birra. Dopo qualche secondo traggo un sospiro di sollievo e riapro gli occhi, incontrando l’etichetta verdastra della bottiglia di vetro: la riconosco immediatamente, è una tra le marche peggiori che esistano, non regge il confronto con altre molto meno commerciali, e dovrebbe farmi schifo. 
       Ma ne ingollo un’altra lunga sorsata.
     La verità è che non riuscirò mai a detestarla del tutto, perché rimarrà sempre la birra delle mie prime uscite serali, a tredici o quattordici anni.
       Credo che al fondo di questa bottiglia, come di ogni altra, ci sia una parte di me.
       Dio, ci siamo: sono diventato di nuovo schifosamente melodrammatico.
       Mi lancio un lento sguardo attorno, la fredda luce biancastra del grande schermo installato di fronte a me che definisce i contorni della piccola sala di proiezione scivolando sulle nove file di sedili bluastri, sulle grosse lampade spente e appese ai muri, sul soffitto fatto di pannelli di cartongesso e sulla moquette scura.
       Butto giù un altro po’ di birra e riporto l’attenzione sulle immagini della prima scena di sesso del film che ho deciso mi avrebbe fatto compagnia questa sera.
      È tutto molto vago ed evocativo, le riprese si alternano tanto rapidamente da non permettermi di capire quello che sta succedendo per davvero, ma suggerendomelo soltanto: quei due tizi che si rotolano tra le lenzuola scarlatte, per quel che vale, potrebbero essere impegnati in una gara di solletico.
       Sbuffo sonoramente, sicuro che nessuno mi possa sentire: in sala sono del tutto solo.
      Questa è una delle prove del fatto che la società è finita totalmente in malora: i momenti potenzialmente disturbanti delle nostre vite vengono costantemente edulcorati, fatti sbiadire con così tanta forza da perdere qualsiasi senso, in modo che non ci sia nemmeno la minima possibilità che possano fare del male a qualcuno. Questa cosa mi disgusta. Fare l’amore con la donna che ami è uno dei momenti più alti della nostra esistenza come esseri umani, ed è semplicemente aberrante che sia nascosto e mistificato in questo modo; chiunque, fin da bambino, dovrebbe avere la possibilità di sapere che esistono stati di coscienza così vicini a Dio.
       Nello stesso istante in cui formulo questo pensiero, sorrido.
    È incredibile quanto sia cambiato, negli ultimi diciotto mesi: tempo fa, non avrei dato tutta questa importanza al momento di condivisione più intima tra due esseri umani. E, di certo, avere la possibilità di gustarmi un film in una sala cinematografica altrimenti del tutto vuota non mi avrebbe reso così malinconico, anzi tutto il contrario.
      Vi risparmio i dettagli, ma in passato sono stato un gran bello stronzo egoista, e la cosa peggiore è che mi è sempre andata bene così. Mi sforzavo di sembrare felice e tiravo avanti come fa la maggior parte delle persone per la maggior parte della propria vita.
       Poi, mi è capitato di incontrare qualcuno con cui condividerla, questa vita.
       Lei è un po’ più bassa di me, di sicuro più buona e probabilmente più intelligente, con un paio di occhi, e un sorriso, capaci di interrompere per un istante le sinapsi del cervello; e poi è forte e avventata e pericolosa abbastanza da riuscire a mascherare le proprie intime insicurezze a quasi chiunque.
       Dura fuori e misteriosa dentro: come potevo non innamorarmene?
     In verità ho impiegato un po’ a capirlo. Ero talmente immerso nel mio mondo “a misura di me”, che accettare di dividere il tempo con qualcun altro era un’idea apparentemente senza senso. Ma sapete cosa? Un giorno mi sono svegliato e ho deciso che era ora di smetterla di provare a essere felice, e di cominciare a esserlo per davvero: in fin dei conti, spesso, le caratteristiche più importanti che possiamo dimostrare di avere nella vita sono coraggio e irrazionalità.
      Urlare contro una parete di neve e lasciarsi travolgere dalla valanga sperando di riuscire a cavalcarla; non so se è una definizione di “amore” che possa avere un senso, ma è quella che si avvicina di più a noi.
       E così eccomi qui. Chiuso in un cinema, da solo, per il terzo weekend di fila da quando lei è partita per il viaggio-studio. Sapete cos'è che mi spaventa di più? No, non la lontananza in quanto tale, ma il fatto che passare del tempo in completa solitudine mi possa far tornare come ero prima.
    Tutti questi pensieri semi-profondi sono un chiaro segno di ricaduta. Vi giuro, a volte non riesco a prendere sonno per la paura.
       Lentamente, quasi senza accorgermene, comincio di nuovo a vedere lo schermo davanti a me.
     Stanno scorrendo i titoli di coda e mentre mi alzo dal sedile rimettendo in moto le gambe intorpidite, carpisco un paio di nomi di assistenti al trucco che dimentico nel giro di qualche secondo. Rimettendomi giacca, sciarpa e cappello, guardo l’ora sullo schermo del cellulare: le undici e mezzo.
      Lascio la sala e attraverso il piccolo atrio del cinema, lanciando un cenno di saluto ai due ragazzi dello staff che stanno tentando di pulire il parquet. Scendo le due brevi rampe di scale e supero la grossa porta a vetri d’entrata, lasciando che la gelida brezza d’ottobre mi colpisca il volto scoperto, gli ultimi rantoli della città che sonnacchiosa si trascina verso il giusto riposo che è convinta di meritarsi.
     Il film non è riuscito nemmeno a traghettarmi fino alle prime ore del nuovo giorno, quindi decido di prendermi un po’ di tempo prima di ritornare a casa, di farmi quattro passi.
     Inconsciamente i piedi mi guidano lungo il corso porticato, facendomi sfrecciare incurante davanti a negozietti in crisi e pub strapieni di gente, fino a condurmi in vista dell’ampia piazza principale; sarà il freddo, l’ora tarda o il fatto che riflettere su me stesso mi svuota sempre di ogni energia residua, ma comincio a sentire i crampi della fame.
     Faccio tappa nell'unica pizzeria d’asporto che so essere aperta nelle vicinanze e dopo qualche minuto prendo posto su una delle vecchie panchine di ferro che racchiudono come una gabbia la gigantesca statua al centro della piazza, raffigurante qualche personaggio importante del passato dall'identità sconosciuta ai tre quarti degli abitanti.
     Davanti a me, si staglia il proseguimento dei portici e all'orizzonte, alta nel cielo e talmente bella da sembrare dipinta, la grossa forma argentata e perfettamente rotonda della luna.
      Strappo una fetta della pizza margherita che tengo in braccio, chiusa nel sudicio cartone grigiastro e la alzo in direzione del satellite e sento la paura alleviarsi un po’, al centro del mio petto.
     Mentre addento la mozzarella incandescente penso che da dove si trova in questo momento, lei sta guardando quella stessa faccia del nostro magnifico satellite.
       Così, riesco a sentirmi un po’ meno solo.

venerdì 7 febbraio 2014

ALTRI CONATI (III)

Un caloroso saluto a voi che state dall’altra parte dello schermo!
Vi sono mancato? È da un po’ che non ci si sente, e di questo mi dispiace… ma è così che capita quando completo più rapidamente del solito il racconto mensile. Spero quindi che abbiate avuto abbastanza tempo per gustarvi l’ultimo, e mi pare dalle visualizzazioni che vi sia piaciuto. Bravi, così mi piacete.
Presto arriverà quello nuovo, quello di febbraio, e di che cosa potrà trattare se non dell’amore (almeno in linea teorica)? Ebbene sì ragazzi, nemmeno io sono del tutto immune all’aria di romanticismo che pervade i giorni attorno al 14 febbraio: me lo perdonerete, spero. Cioè, fate un po’ come credete.
Ma, come sembra ormai essere diventata una tradizione, prima del consueto racconto breve, ecco il terzo appuntamento con la rubrica ALTI CONATI; la vostra migliore occasione per ricevere saggi consigli su un libro, un fumetto, e un film con cui riempire le vostre vuote giornate. Come sempre senza alcuna preparazione e dettati unicamente dal mio gusto personale!
Visto il tema che ammorba questo mese, ho deciso di prendere in considerazione i tre “ALTRI CONATI” che in questo momento della mia vita preferisco in modo assoluto: siete esaltati?
Allora partiamo.



IL FU MATTIA PASCAL - di Luigi Pirandello
Un grande classico della letteratura nostrana, direttamente da una delle migliori menti che il Belpaese abbia mai prodotto: forse un po’ banalotto, e di certo una lettura scolastica, ma non m’importa.
È un libro stupefacente, con più sfaccettature e livelli di lettura di quanti ne abbiano la maggior parte dei libri che escono oggi e che sono osannati da critica e pubblico.
L’insoddisfazione, il cambiamento d’identità, la vita, la morte, la possibilità di fuggire dalle responsabilità e da ciò che nella nostra vita non ci piace: dentro quelle pagine c’è un po’ di tutto e un po’ di niente, esattamente come nella vita di ciascuno di noi.
Un libro sempre attuale, per quanto mi riguarda. Assolutamente da leggere.


PREACHER - di Garth Ennis e Steve Dillon
Questo Conato, per chi mi conosce, è quello che probabilmente stupirà di più. No, il mio fumetto preferito, a conti fatti, non è Wathcmen. Ma partiamo dall’inizio.
Questo Conato è paradossalmente in qualche modo collegato con il precedente: entrambi, infatti, parlano di noi, di ciascuno di noi. Certo, lo stile di Ennis è parecchio diverso da quello di Pirandello, più sboccato, schietto, pruriginoso, moderno, ma il succo è quello.
Di capitolo in capitolo, seguiamo il reverendo Jesse Custer, la sua donna Tulip e l’amico/nemico comune Cassidy in lungo e in largo per l’America, sviscerando non solo le loro storie presenti e passate, ma quella dello stesso stato, che arriva quasi a essere un personaggio aggiuntivo (e non troppo secondario). Jesse è l’uomo che ogni uomo vorrebbe essere, Tulip la donna che ciascuno di noi vorrebbe avere vicino, e Cassidy il perfetto compagno di bevute e risse… per non parlare poi degli innumerevoli personaggi principali, che funzionano tutti perfettamente e possiedono ciascuno una dimensione propria: uno fra tutti il povero Facciadiculo, che diventa quasi un secondo protagonista alla ricerca spasmodica di un posto nel mondo.
Il bello di PREACHER è che se si possiede una mente sufficientemente aperta e flessibile, è una lettura assolutamente semplice da comprendere. Parla degli uomini, delle loro fragilità e delle loro grandezze, e di come abbiano sempre una scelta fra Bene e Male e di come debbano però accettarne in ogni caso le conseguenze. Parlarne ancora è assurdo e inutile, è un’altra lettura che penso sia necessario che chiunque faccia almeno una volta: io, personalmente, lo rileggo ogni anno e continua ancora ad affascinarmi e stupirmi.


LE STREGHE DI SALEM - di Rob Zombie
Ed eccoci arrivati al film, l’ultima tappa del nostro terzo appuntamento.
Dite la verità, non vi aspettavate qualcosa di così recente, dopo gli altri due Conati, vero? E invece ecco a voi un bel film uscito in Italia l’anno scorso, per me in assoluto il migliore dell’anno.
Se PREACHER era un’epopea talmente ampia che parlarne troppo l’avrebbe sminuita, LE STREGHE DI SALEM è una storia piccola, chiusa, claustrofobica che, di fatto, non può essere spiegata. Perché la sua forza sta proprio nelle piene immagini, nel progressivo senso di ansia e “di sbagliato” che ti sanno mettere addosso, spingendoti a dubitare che gli angoli bui della tua casa siano davvero vuoti come sembrano.
Il film non ha una vera e propria trama, ma conserva una solidità impeccabile e, allo stesso modo, non ha vere e proprie scene “horrorifiche” per come sono intese al giorno d’oggi, ma riesce a provocare nello spettatore un senso sempre maggiore di disgusto e morbosa repulsione. Per non parlare poi del finale: apparentemente tronco, è assolutamente perfetto e certamente d’impatto.
Caro Rob Zombie, dubito leggerai mai queste parole (che, ripeto, non hanno alcuna valenza critica, ma sono soltanto opinioni personali!), ma per me puoi anche fermarti qua: se non hai intenzione di farlo, ti prego, continua a devastarci il cervello come solo tu e pochi altri sapete fare.


Che ne dite di farmi sapere che ne pensate di questi ALTRI CONATI?
Siete d’accordo, non siete d’accordo, credete che dovrebbe importarmi in qualche modo?
Se volete, fatemelo sapere con qualche commento.

Noi ci sentiamo presto, e voi vi beccate STARE DOVE SONO dei Ministri per l’ennesima volta.
Simone