sabato 11 gennaio 2014

LA MONADE DIMENTICATA

Un caloroso saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo!
Come promesso, il racconto breve di gennaio arriva con estrema solerzia, per allietare le vostre uggiose giornate, per intrattenervi nel vostro poco tempo libero... oppure per farvi discendere ancora di più nella triste consapevolezza del mondo che vi circonda.
In realtà, spero capiti davvero l'ultima, ma non ditelo a nessuno.

Questa nuova, piccola, storiella, dal titolo LA MONADE DIMENTICATA, è ancora una volta impostata su un canone "fantarealistico" come l'ultima: agli amanti dell'horror assicuro che, molto probabilmente, il prossimo racconto breve sarà di genere. Almeno credo, quindi abbiate pazienza.
Ne LA MONADE DIMENTICATA, cerco di esplicare una delle convinzioni più preoccupanti che mi girano per il cervello, come fosse un carrello delle montagne russe, ovvero la condizione della Parola nella nostra società odierna.
Vi  ho incuriosito? Lo spero, perché questo è davvero uno dei racconti a cui tengo di più.

Ad accompagnarvi nella lettura, trovate "Potere alla Parola", di Frankie Hi-NRG: non penso ci sia una canzone più adatta a questo scopo.

Noi ci risentiamo presto.
Buona lettura!
Simone

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     Il respiro pesante di Lucy formava dense nuvolette di vapore nella gelida aria decembrina, ed era l’unico suono percepibile lungo il portico di Via Sacchi, illuminato da metri e metri di luci natalizie, che lei considerava ormai da quasi due anni la sua unica abitazione.
     La giovane donna, esageratamente magra, portava i lunghi capelli corvini raccolti maldestramente in una coda di cavallo; era sdraiata su una larga coperta rossa molto spessa, chiusa nel suo sacco a pelo verde brillante e in un ampio cappotto marrone scuro, all’angolo tra uno dei tanti condomini della zona e l’imboccatura di Via Legnano. Le sue dita sottili e fragili erano serrate l’una all’altra, in cerca di un po’ di calore, e i grandi occhi scuri socchiusi, in cerca invece del sonno.
     Un’improvvisa folata di vento freddo sollevò i larghi pezzi di cartone appoggiati sopra il suo sacco a pelo; la maggior parte di essi volò via per metri, alcuni arrivarono addirittura a incontrare la strada asfaltata semivuota che si trovava oltre le arcate del portico.
     La senzatetto riaprì gli occhi, guardandoli distrattamente: non aveva la minima intenzione di recuperarli. Con uno sbuffo, ritornò ad appoggiare la testa sul suo personalissimo cuscino fatto di fogli di giornale appallottolati, rigorosamente del quotidiano odierno, che quella mattina come ogni altra aveva letto da cima a fondo.
     Era un’abitudine che veniva da lontano, quella di comprare ogni mattina il giornale in edicola, un’abitudine che si rifaceva alla sua vita da studentessa modello, da figlia modello, da membro modello della “società bene”; aveva sempre amato le parole, ed era stato proprio grazie a esse che aveva conosciuto Alessio all’università di lettere. E anche se da quel momento tutto era precipitato (la gravidanza indesiderata, l’aborto spontaneo, l’abbandono di Alessio e dei suoi e la solitudine totale), lei non le aveva allontanate: al contrario, il giornale continuava a dimostrarsi uno dei pochissimi compagni fedeli a sua disposizione.
    Rigirandosi nel sacco a pelo Lucy si sistemò sulla coperta, voltandosi in direzione del muro alle proprie spalle. Quindi rovistò tra le cianfrusaglie lì accatastate fino a trovare il sacchetto di carta marrone in cui era solita tenere protette le uniche altre sue compagnie indissolubilmente “utili e fedeli”. Mentre le ragazze la salutavano con gioia tintinnante, pose il sacchetto sopra il cuscino di carta di giornale e, per la prima volta da minuti, scorse la data su una delle pagine del quotidiano.
     Lei se l’era quasi dimenticato, ma rimaneva comunque la notte del trentuno dicembre.
     Alzando lo sguardo verso il grosso “orologio-insegna”, che pendeva dal soffitto del porticato segnalando l’entrata di uno dei bar della zona, Lucy ignorò le numerose bottiglie solo semi-piene e afferrò per il collo l’unica ancora intatta: il gin al suo interno gorgogliò contrariato, ben sapendo di non avere una via di scampo. Mancavano soltanto quaranta minuti alla mezzanotte, ed era necessario festeggiare per bene l’arrivo di dodici mesi tutti nuovi, nei quali il mondo avrebbe continuato la propria lenta corsa, e lei sarebbe invece rimasta ferma nel suo antro, nascosta sotto gli occhi di tutti.
     Lucy stappò la bottiglia, facendo rimbombare lo schioppo lungo tutta la sezione del portico.  
    Come fosse stato il primo sassolino roteante di una possente valanga, al suono successe una profonda e caotica corrente fatta di stralci di conversazioni, portoni e porte che si aprivano e chiudevano, risate e grida gioiose: i cittadini per bene uscivano dalle proprie calde dimore per rendere omaggio al neonato in arrivo.
     In decine passarono davanti a Lucy e al suo giaciglio in quei primissimi istanti, e verso ogni gruppo che incrociasse, volontariamente o no, il suo sguardo, lei puntava la bottiglia e augurava felicità per i prossimi giorni.
     Nessuno di loro si prese mai la briga di risponderle in alcun modo.


     Nel successivo quarto d’ora, molti, molti altri si unirono a quelli che già avevano riservato a Lucy la loro dose d’ignoranza.
     Lei, ormai, non ci faceva più nemmeno caso, anzi, l’ultima notte dell’anno era uno dei rari momenti in cui riderci sopra era davvero facile. Perché tutte quelle persone si sarebbero radunate in una piazza, probabilmente, aspettando la mezzanotte in piedi con la schiena curvata all’indietro per cercare di scorgere almeno una parte dei giganteschi fuochi d’artificio che l’amministrazione comunale aveva preparato per loro; non si rendevano conto, però, che se si fossero distesi a terra come lei, in quasi qualsiasi punto della città, li avrebbero visti senza nessuno sforzo.
    Finalmente, Lucy riuscì a scorgere di nuovo il corso asfaltato di Via Sacchi, e il porticato dirimpetto al suo ancora oltre. Sostanzialmente identico nella foggia, e in numero e tipo di addobbi luminosi, sembrava che qualcuno avesse innestato uno specchio a tagliare trasversalmente la città.
     Un dettaglio inaspettato colpì però la sua attenzione.
   Direttamente davanti a lei dall’altra parte, una donna se ne stava in piedi, immobile e con la schiena appoggiata a una delle arcate del portico. Sembrava essere vestita soltanto con un’ampia e profonda pelliccia marrone, ai piedi portava quelle che da lontano sembravano scarpe eleganti dotate di un tacco esageratamente vertiginoso e aveva cortissimi capelli chiari. Nonostante la lontananza, emanava un’aura di puro fascino misterioso, a fronte dell’ingiustificato menefreghismo dei cittadini ritardatari che le sfilava accanto, i quali non sembravano neppure accorgersi della sua presenza.
     Mentre Lucy la osservava incuriosita, questa voltò distrattamente lo sguardo verso di lei, accorgendosi delle sue attenzioni. Barcollando su quegli alti tacchi, quindi, si allontanò dall’arcata del portico, attraversò la strada senza nemmeno controllare che ci fosse qualche macchina in arrivo, e si fermò qualche passo davanti a Lucy.
      Da vicino, era inevitabile che qualcosa s’incrinasse, nell’aura di attraente fascino della sconosciuta.  I corti capelli erano arruffati e spettinati, la pelle olivastra e i tratti allungati e appuntiti, gli occhi gonfi e rossastri; la pelliccia presentava strappi in più punti, le scarpe erano graffiate e consumate: guardò Lucy a lungo, con un’espressione sospettosa pari soltanto a quella che la senzatetto le ripresentava a sua volta.
     <<Puoi vedermi?>>, chiese la donna misteriosa scandendo ogni singola parola come se fosse sorpresa da ciascuna di esse.
     Non proprio la domanda che Lucy si sarebbe aspettata. <<Certo. Perché non dovrei?>>.
     <<Sei la prima persona che ci riesce, quest’anno. Meglio tardi che mai, no?>>, ribatté ancora l’altra. <<Vuoi un po’ di compagnia?>>.
   Lucy non si mosse, né rispose. Avrebbe voluto non doverci pensare su nemmeno un po’, ma per esperienza sapeva che i rapporti con gli altri senzatetto non erano mai facili.
     Aveva perso il conto delle volte in cui dimostrarsi gentile con un “collega” le aveva fruttato soltanto guai. Qualcuno le aveva portato via qualche indumento, qualcuno le bottiglie o il cibo, un tizio aveva addirittura cercato di portarle via il sacco a pelo: nel loro mondo era facile che la disperazione portasse a comportamenti pericolosi. Fidarsi di qualcuno era difficile, e spesso controproducente.
     Ma, a ben pensarci, i ricordi dell’ultimo capodanno che aveva passato in compagnia erano ormai quasi del tutto scomparsi, e forse quell’inquietante e sconclusionata figura non avrebbe cercato altro che quattro chiacchiere e un po’ di calore; mettendosi lentamente seduta, Lucy uscì dal sacco a pelo e si strinse il più possibile nel cappotto scuro, indicando con un gesto del capo la metà di coperta rossa ora completamente libera.


     Le due donne passarono i successivi minuti senza rivolgersi una sola parola. Lucy lanciava ogni tanto uno sguardo, con la coda dell’occhio, all’altra; questa rimaneva accoccolata con le gambe al petto, tutta coperta dalla propria sola pelliccia, senza mostrare alcun comportamento sospetto.
    Improvvisamente, la sconosciuta protese una mano da sotto il sintetico groviglio marrone, in direzione della senzatetto: <<Sono settimane che non parlo con nessuno. Puoi chiamarmi Olka, se vuoi >>.
     Lucy guardò quella mano affusolata e ambrata per alcuni secondi, pensando a quanto le suonasse strano quel nome, quindi si decise a rispondere al gesto con la sua. <<E tu puoi chiamarmi Lucy, Lucia, finché saremo coinquiline>>.
     Appena Lucy ebbe terminato la presentazione, Olka si lasciò scappare un sorrisetto, carico di un misto di consapevolezza e tristezza, come fosse scaturito da un ricordo lontano.
     <<Oh, scusami…>>, si affrettò subito a rispondere, notando lo sguardo piccato di Lucy, <<Mi sembra soltanto il nome perfetto per una persona come te>>.
     <<Per una persona come me?>>, sbottò Lucy.
     <<Non sai che cosa significata? Lucy, Lucia, Lukìa?>>
     Lucy distolse lo sguardo e afferrò la bottiglia di gin, aprendola e appoggiandosela alle labbra senza darle una risposta: non le piaceva quando qualcuno metteva in luce qualcosa che non conosceva. <<Già… chi se ne importa del significato, giusto?>>, riprese al suo posto Olka dopo qualche minuto, distogliendo lo sguardo con aria sconfitta.
    Lucy abbassò finalmente la bottiglia, la gola e lo stomaco colmi del caldo contenuto incolore.<<Senti, dimmi un po’ che ti prende ad andare in giro in questo periodo soltanto con una pelliccia!>>.
     Olka sospirò profondamente. <<Il freddo non lo sento per niente, come la fame o la stanchezza, e questi sono gli abiti che avevo quando sono finita qui. Ho sempre vestito cose eleganti e leggere, e anche adesso non riesco a mettermi addosso altro: è così dura abbandonare i vecchi modi di vivere>>.
     Seppur sconclusionate, le parole di Olka erano assolutamente vere. <<Già, hai ragione>>, disse Lucy appoggiandosi la bottiglia in grembo, <<All’inizio è stata dura anche per me, e in alcuni sensi lo è ancora dopo quasi due anni>>. Quindi, levò lo sguardo a cercare quello dell’altra donna: <<Da quant’è che sei a spasso? Due, tre mesi?>>.
     Olka le restituì lo sguardo, sull’orlo delle lacrime. <<Dal marzo del 1994>>.
  Lucy rimase immobile, totalmente incredula. Diciannove anni! Non erano molti i senzatetto che sopravvivevano tutto quel tempo mantenendo intatta la propria sanità mentale: se già non le fosse stato chiaro prima, che la sua ospite fosse una folle potenzialmente pericolosa, in quel momento le divenne più che ovvio.
     Deglutendo a fatica Lucy si sforzò di parlare. <<Amica, so che l’avrai sentito già fin troppe volte, ma è davvero ora di accettare la cosa. Andiamo, diciannove anni!>>.
     <<Lo so, lo so, lo so!>>, sbottò Olka con veemenza. <<È solo che non me lo aspettavo, tutto qui. Non pensavo che proprio voi, in Italia, sareste riusciti ad abbandonarmi così facilmente>>. Alzando lo sguardo verso il soffitto del portico, poi, riprese: <<Siete stati il mio orgoglio per tanto tempo, sai? Mi avete sempre onorata, difesa, coltivata, accudita; anche nel secolo scorso, nonostante quello che avete passato, un posto per me l’avete sempre trovato. E invece ora eccomi qui>>.
     Certo, pensò Lucy, quella doveva essere la conversazione più assurda che avesse mai intrattenuto con essere vivente, persino più incredibile di quella in cui i suoi genitori l’avevano totalmente disconosciuta a causa della gravidanza inaspettata: decifrare davvero quella donna sconosciuta le risultava ogni istante più difficile. <<Di che diavolo stai parlando? Chi sei tu?>>, le chiese quindi con candido stupore.
     Olka abbandonò pesantemente la schiena contro la parete del palazzo alle proprie spalle, e ruotò la testa di pochi centimetri verso di lei, prima di rispondere. <<Non chi credi che io sia, ed è per questo che mi sono stupita così tanto ti fosse possibile vedermi. Sono un’idea fatta carne, Lucy, un concetto decaduto. Sono l’idea della Parola>>.


     Lucy guardò Olka in volto per lunghi minuti, la bocca spalancata, incapace di muovere il benché minimo muscolo; quando infine tirò un lungo sospiro, le sembrò di non respirare davvero da lunghissimo tempo.
     << Come hai detto?>>, le chiese titubante, sperando vivamente di essersi immaginata quell’ultima frase. <<Mi sa che hai capito bene. Ah, se solo immaginassi la quantità d’idee, concetti e convinzioni dimenticate che popolano il vostro sottobosco sociale!>>. Olka represse un nuovo sorrisetto, lontano e stiracchiato esattamente come il primo. <<Non devi stupirtene, e così non dovrei io, voi umani avete fatto così da sempre: non comprendete che una minuscola parte dell’universo, quindi quello che siete convinti sia vero e importante, non lo rimane mai per molto. E così eccomi qui>>.
     Lucy distolse lo sguardo da quello di Olka, serrò gli occhi con forza e si portò una mano alla fronte: le tempie le pulsavano e un senso di nausea stava cominciando a svilupparsi nel suo stomaco. Ammettere di stare aspettando la fine dell’anno in compagnia di un’idea antropomorfizzata era del tutto fuori discussione, ma che cosa avrebbe dovuto fare? Ignorarla fino a quando non se ne fosse andata di sua spontanea volontà, oppure assecondarla nei suoi deliri?
     La verità era che se Olka fosse stata davvero pericolosa, di certo non si sarebbe presa la briga di inventare una storia così assurda. Per quanto la logica le dicesse quindi di propendere per la prima scelta, Lucy decise invece di porgere la bottiglia di gin all’altra donna: <<Ammettendo che sia vero, com’è possibile che tu sia finita in questo stato? Noi, qui, si continua a usarle le parole!>>, chiese.
     <<Oh, certo, ma ne avete perso il rispetto, la concezione del senso>>, le rispose Olka, afferrando la bottiglia e ingollando un rapido sorso del contenuto. Quindi, riprese. <<La parola deve identificare qualcosa, avere un senso e uno scopo. Ed è questo che avete perso, tra le altre cose: il veleno che avete usato nel mio caso, per ignoranza o per convenienza, è stato la superficialità.>>.
    Olka lanciò mollemente la bottiglia a Lucy, che la afferrò per miracolo prima che si schiantasse sulla coperta rossa.
     La senzatetto fece per ribattere qualcosa, ma fu interrotta da uno scoppio lontano, seguito da un potente bagliore luminoso che si allargò nel fazzoletto di cielo visibile dalla loro posizione al di là dell’arcata del portico e sopra i tetti dei palazzi del centro.
     Lucy si voltò di scatto: il basso ronzio del conto alla rovescia finale aveva appena terminato di serpeggiare in ogni angolo della città.
    La senzatetto scivolò con la schiena contro la parete del palazzo quasi senza accorgersene, assumendo una posizione semi-sdraiata non particolarmente comoda, ma che le permetteva una perfetta visuale di quella striminzita sezione di cielo notturno. <<Anche se per gente come noi non significa niente, auguri di buon anno, Olka>>, disse Lucy senza troppa convinzione.
   Sicura di vedere la stramba donna impellicciata sistemata nella sua stessa posizione, Lucy si voltò distrattamente verso di lei: con sua grande sorpresa, sulla coperta rossa non trovò nessuno.
    Si alzò di scatto, il rumore delle risate e delle grida festose che si mescolava senza alcun senso con i potenti botti dei fuochi; guardò attorno al proprio angolino, e lo stesso fece con il resto del portico, ma niente. Non c’era traccia di Olka e sembrava non esserci mai stata.
     Il suo sguardo ansioso e confuso si posò sulla bottiglia di gin, riversa fuori dalla coperta, sul pavimento del portico, e completamente vuota: ecco dov’era finita la misteriosa donna, ed ecco soprattutto da dov’era arrivata.
    Ormai in piedi, Lucy raccolse i pezzi di cartone ancora a portata di vista, e s’infilò nuovamente dentro il caldo sacco a pelo.


     La mezzanotte era ormai passata da un po’, quando Via Sacchi si riempì nuovamente, questa volta del reflusso della marea di cittadini per bene.
     Lucy, indispettita e frustrata, avrebbe voluto maledirli personalmente uno a uno per l’ottundente chiasso che si portavano appresso; per lo meno, si ritrovo a pensare, lei e gli altri senzatetto non decidevano mai di mettere sottosopra la città tutti assieme, in una stessa notte.
     Sbuffando, si strinse ancora di più nel sacco a pelo, tirandoselo sulle spalle fino a quasi a coprirsi il volto. Improvvisamente, qualcosa la colpì a una spalla, accendendo la sua attenzione nonostante l’urto fosse stato frenato dai pesanti strati di stoffa.
     Imprecando violentemente, la senzatetto si alzò di scatto e notò subito, sul cartone sopra il sacco a pelo, un minuscolo libricino tascabile di colore bianco-rosa, dotato di un segnalibro di stoffa giallo canarino. Guardandosi attorno rabbiosa e in cerca di chi potesse averglielo tirato, lo prese in mano voltandolo nel senso della copertina.
     A lettere dorate, campeggiava il titolo “Significato e origine dei nomi del mondo”.
    La rabbia lasciò rapidamente il posto alla sorpresa e Lucy, quasi mossa da una forza superiore, aprì il piccolo libro in corrispondenza della posizione del pezzo di stoffa gialla. Sulla pagina bianco candido spiccava l’analisi del suo nome e, in un corsivo molto elegante e femminile, verso l’angolo in alto a sinistra, una frase aggiunta a matita: <<C’è sempre un significato. Auguri anche a te, Lucy>>.



martedì 7 gennaio 2014

ALTRI CONATI (II)

Un grande abbraccio a voi, che state dall’altra parte dello schermo!
Ditemi, come avete iniziato questo 2014? Bene? Male? Circa?
Io sto lentamente riprendendo la mia tranquilla quotidianità, nonostante le idee, i buoni propositi e i chilogrammi sviluppati durante queste feste: non vedo l’ora di smaltire idee e propositi! Sugli ultimi ci sto ancora lavorando.
Iniziamo quindi con le pubblicazioni di CONATI DI ANIMA in modo molto soft; prima del racconto breve di questo mese, cui sto incredibilmente lavorando a grande velocità, vi presento questo secondo appuntamento della rubrica ALTRI CONATI: il piccolo spazio in cui vi consiglio un libro, un fumetto e un film che mi sono piaciuti molto.
Se dopo la prima triade di consigli non avete deciso di buttare il vostro pc giù dalla finestra, spero gradiate anche questa!

NON BUTTIAMOCI GIÙ' -  di Nick Hornby
Partiamo dal libro, e poiché abbiamo appena dovuto affrontare il capodanno, perché non sceglierne uno ambientato (in parte) proprio durante l’ultima sera dell’anno?
Questo l’ho letto alcuni mesi fa come membro di una specie di “circolo letterario”: parla di quattro personaggi che, per ragioni totalmente diverse, si ritrovano sul tetto di un palazzo di Londra… tutti quanti con il preciso intento di buttarsi di sotto! Inizieranno così un rapporto molto particolare, che li salverà dalla morte (ovviamente), e riuscirà a far ripartire le loro vite, seppur in modo tutt’altro che scontato.

MIDNIGHT NATION - di J.M. Straczinsky e Gary Frank
A voi la storia di un poliziotto che si ritrova ad avere a che fare con forze soprannaturali e con l’eterna lotta tra Dio e il Diavolo. È il fumetto di quest’appuntamento.
Già vi sento. “ Ma Simone, che cosa caspita ci combina con questo periodo dell’anno? Con gennaio, capodanno, il freddo, la neve, i regali, le feste, la befana, etc. etc. etc.??? ”.
Niente, infatti. O meglio, potrebbe incastrarsi con l’anno in arrivo per la componente del “viaggio alla scoperta di se stessi”; che cosa sono, i mesi della nostra vita, se non proprio questo?

LA VITA SEGRETA DI WALTER MITTY - di Ben Stiller
E infine eccoci arrivati al film: molto recente e uscito da noi giusto in tempo per la fine di ‘sto benedetto 2013.
Sarà che sono fresco di visione, e che adoro Ben Stiller alla follia, ma ho semplicemente amato questo film. Stiller è riuscito a unire le risate, al ritmo incalzante, alle riflessioni interessanti, tirando fuori un’opera tutto tranne che banale e davvero particolare: l’utilizzo che fa delle parole e delle immagini, come concetti, è fantastico! Comprendo che, probabilmente, in senso stretto non può essere considerato un capolavoro, ma non me ne importa più di tanto: mi ha toccato, e in modo molto profondo.
Se volete iniziare bene l’anno nuovo, e con bene intendo in modo che questo possa non essere un insieme casuale e superficiale di trecentosessantacinque giorni slegati e intercambiabili, ma qualcosa di unico e speciale… beh, credo possa fare davvero al caso vostro!

Mi sa che per il primo post dell’anno, questo è tutto.
Ci risentiamo presto con il nuovo racconto breve, che sarà ancora una volta a tema “capodanno”: poi, giuro, la smetto!
Ascoltatevi STARE DOVE SONO dei Ministri ancora una volta, dai.
Simone