martedì 17 dicembre 2013

UNO SCAMBIO EQUO

Un caloroso saluto, cyber-sailors!
Come state? In fissa con i regali di Natale e terrorizzati dal dover trascorrere qualche ora con quelli che dovrebbero essere i vostri parenti più stretti? Già, anche io.
Ma non pensiamoci, mancano ancora nove giorni, a quello fatidico, e per ingannare l'attesa vi propongo un racconto breve un po' più particolare del solito; per rimanere in tema con la magia delle festività (oppure no?), UNO SCAMBIO EQUO ha atmosfere più sognanti, oniriche e irrealistiche rispetto ad alcuni degli altri racconti. Tant'è che si tratta dello sviluppo di un sogno che ho fatto recentemente, e grazie al quale ho capito senza alcun dubbio di dover cambiare dieta!
Sinceramente, spero vi piaccia, come argomento e concetto è davvero personalissimo. (Oppure no?)

Accompagna la lettura del nuovo racconto breve un pezzo semplicemente straordinario.
Dei Modena City Ramblers, è MORTE DI UN POETA.
Ci risentiamo nelle prossime settimane, per un piccolo post-pre fine anno.

Buona lettura a tutti.
Simone

-------------------------------------------------------------------------------------------


     Improvvisamente, apro gli occhi, e mi ritrovo completamente immerso in una luce bianca, forte e densa. Dopo qualche istante, al suo interno si delineano però i contorni regolarmente squadrati di una serie di pannelli grigio-bianchi, in mezzo cui spicca una lampada al neon di forma circolare.
      Un soffitto. Sto guardando un comunissimo soffitto.
     Il mio respiro è pesante, come dopo una lunga corsa, ed è l’unico rumore che riesco a percepire. Dopo pochi attimi, fissare il soffitto inizia a darmi la netta sensazione che questo mi stia venendo incontro. Faccio forza sulle braccia, e mi metto a sedere su quello che scopro essere un letto a una piazza; le lenzuola e la spessa coperta, così come il gonfio e soffice cuscino dal quale ho appena alzato la testa, sono dello stesso colore del soffitto.
     Lentamente, mi guardo attorno. Il letto occupa la parete sinistra di un piccolo stanzino dall’aria gentile e confortevole, in cui ogni cosa (il basso e spoglio comodino alla mia destra, la grande cabina armadio ancora oltre, l’intonaco delle pareti e la moquette del pavimento), risulta avere tinte talmente tenui da essere ottundenti e nauseanti. L’odore che sembra impregnare la polvere stessa, poi, non aiuta per nulla a mettermi a mio agio: un aroma asettico e artificiale, a dir poco disturbante.
     Ricaccio indietro la nausea, e stringo gli occhi per cercare di afferrare dai recessi della memoria qualche informazione su di me, sul luogo in cui mi trovo e su come ci sono finito. Invano. Sembra come rimestare in un oceano di sabbia: quel che cerco mi sfugge continuamente, affondando sempre più nell’oblio. In breve, capisco di essere completamente svuotato. Non ho nessun ricordo che preceda il mio risveglio nella stanza.
     Con un gesto secco, sposto la coperta candida e scendo dal letto, mettendomi in piedi.
     Le gambe, inizialmente fragili, si fanno poi sempre più sicure, e mi dirigono verso l’ampia cabina armadio. Il mobile è un gigante di legno verniciato di bianco, dall’aspetto elegante, e dotato di una gran quantità di ante e cassetti per ogni occasione. Con la speranza di ricavare qualche preziosa informazione dal loro contenuto, mi avvento su una delle porte scorrevoli; niente, per quanta forza provi a imprimere, il legno non si convince a scorrere lateralmente. L’anta non si apre. Così come, scopro poi, nessuna delle ante e dei cassetti dell’armadio.
     Percorro rapidamente i metri che mi separano dalla grande finestra innestata nella parete opposta al letto, accecata dalle scure serrande calate sopra i vetri. Le tapparelle sono formate da listelle di plastica appiccicate l’una sull’altra, quasi saldate, che impediscono di vedere attraverso di esse, e a un primo sguardo non sembra esserci un possibile modo per sollevarle. Non c’è nemmeno una maniglia, nella struttura del finestrone.
     L’ansia, profonda e avvolgente come un abbraccio, non ci mette molto a prendere il controllo.
    Cerco di ritrarmi sia dal finestrone sia dalla cabina armadio, inconsciamente ripercorrendo all’indietro i passi che mi hanno condotto al di fuori del letto: ora come ora, ritirarsi nelle profondità del sonno e smettere di porsi domande pare la decisione più saggia. Ma la pressione di tutto quel che non so decide di spingere sul pedale dell’istinto alla fuga: la voglia di fuggire da quella camera per cercare risposte diventa immediatamente pressante. Mi lancio sulla porta della stanza, e dopo aver afferrato il pomello di ottone, lo faccio scattare con un movimento del polso, tirandolo poi verso di me.
     Con molta cautela, infilo la testa tra gli scarsi centimetri di spazio libero tra il muro e lo spigolo della porta. Davanti a me, un lungo corridoio dalle pareti e dal soffitto identici a quelli della stanza, si prolunga infinito sia alla mia destra che alla mia sinistra, apparentemente deserto.
     Faccio un passo oltre la soglia, richiudendomi la porta alle spalle. Sulla sua superficie, un foglio di carta racchiuso da un fragile contenitore di plastica, recita: “Ospite 616616 – Adam Morrison”.  Un inaspettato taglio di luce illumina finalmente un frammento della mia memoria perduta; Adam Morrison è il mio nome.
     Per minuti, vago sperduto lungo le apparentemente infinite ali della struttura. Mi accorgo ben presto di non aver mai visto un edificio del genere; sembra che sia tutto impostato in un unico, sterminato piano, ma tenere il conto delle scalinate che si aprono a intervalli regolari sulla parete alla mia sinistra, diventa più difficile a ogni metro. Come unico punto di riferimento, ho la numerazione delle camere che mi scorrono ai lati del campo visivo: per chissà quale motivo, decido di procedere secondo il loro senso decrescente. Passo dopo passo, la sensazione di ovattata e nauseante irrealtà rimane immutata dentro di me, e anzi ogni tanto s’intensifica grazie ai rumori che risuonano all’interno della struttura (che evidentemente non è così deserta come sembra). Soffocate urla di disperazione, passi pesanti, il suono di macchinari accesi e spenti: con ogni probabilità, al di là di ognuna di queste porte, si cela qualcuno che, se non è in giro a cercare risposte, è perché è messo ben peggio di me.
     Quasi senza accorgermene, raggiungo la fine del corridoio: davanti a me, l’ennesima parete tinta pastello, alla mia sinistra una scalinata che apre la strada, evidentemente, per un piano inferiore. Prima che possa decidere che cosa fare, se ritornare sui miei passi, oppure imboccare la scala, percepisco due voci basse e soffocate provenire da dietro di me. Rimango immobile, fino a quando non sento la porta di una delle innumerevoli camere aprirsi e girare sui cardini, e le due voci farsi più distinte: rauche, graffianti, semplicemente irritanti, appartengono a due grossi infermieri vestiti con stretti camici verdastri, completamente calvi, e dalla carnagione liscia e abbronzata. Quando mi vedono, si fermano, sbigottiti forse anche più di me.
     Non ci penso due volte a fiondarmi verso la scalinata, e a divorare a due a due i gradini tenendo la mano destra saldamente ancorata al corrimano.
     I due si mettono immediatamente al mio inseguimento, i passi pesanti che rimbombano lungo il corridoio deserto non lasciano spazio a dubbi. Mentre caracollano giù per la rampa, che si dimostra incredibilmente più lunga di quanto avessi immaginato, capto qualche stralcio dei loro discorsi, senza riuscire a comprenderli: parlano un idioma del tutto sconosciuto, che mi da l’idea di non essere mai stato articolato da nessun essere umano in tutta la Storia. Salto gli ultimi tre gradini della rampa, imboccando immediatamente il nuovo corridoio senza nemmeno guardarmi attorno, ma indietreggiando dalla scalinata con lo sguardo fisso sulla distanza tra me e i due infermieri, che so ridursi sempre più.
     Improvvisamente urto con la schiena contro qualcuno, o qualcosa. Mi volto di scatto, spaventato, e mi trovo davanti una figura dai tratti femminili, con la stessa pelle abbronzata e perfetta dei due infermieri, e lo stesso cranio completamente rasato. Gli occhi, grandi e acquosi, sono due perfetti pozzi circolari neri come la pece, le unghie sono lunghe e dall’aspetto crudele, le orecchie appuntite e le labbra carnose e invitanti. Un lungo camice bianco le copre le forme sinuose, giusto indovinabili sotto il lungo tailleur scuro.
     È bella, ma allo stesso tempo ultraterrena e certamente pericolosa: uguale a qualsiasi altra donna, e allo stesso tempo molto diversa. Non riesco a reprimere un urlo, e mi allontano da quella figura guardandomi attorno, nella spasmodica ricerca di qualcosa, finalmente, che possa riconoscere come comune e sensato.
      Il mio sguardo si posa su un largo maniglione antipanico rosso sangue, attaccato a un’uscita di sicurezza e lontano pochi metri. Senza pensarci due volte, mi getto su quel sanguigno simbolo di libertà di plastica, abbassandolo con tutto il mio peso e spalancando una delle ante dell’uscita di sicurezza: sto per fare un passo verso l’esterno, ma appena mi rendo conto di quel che c’è, all’esterno, mi fermo immediatamente.
   Davanti ai miei occhi, si apre una sterminata distesa buia, vuota, nera, fredda, un deserto di nulla improvviso. Il niente. Qualunque cosa sia quell’edificio, esiste sospeso in mezzo al niente.
     È l’ultima goccia, per la mia mente troppo provata: suoni, odori e colori spariscono come se non fossero mai esistiti, davanti all’incomprensibile immensità di quel che mi sta succedendo.
   Percepisco il tocco deciso di due braccia abbronzate che mi cingono il ventre e mi alzano di peso, portandomi via dall’uscita di emergenza. Il rumore della porta antipanico che si richiude pesantemente, si confonde con quello del mio stesso corpo che sbatte contro una delle pareti, e con il pungente pizzicore che esplode improvvisamente dal mio braccio destro. Con lo sguardo appannato, prima di perdere i sensi noto la mostruosa dottoressa che getta a terra una siringa di plastica.
     <<Riportatelo in camera. E sperate che questa volta ci rimanga più dell’ultima>>


     Il risveglio, questa volta, è più dolce, graduale, ma riconosco subito il soffitto della stanza 616616.
    La testa mi gira, ho la bocca impastata e gli occhi gonfi. Quando provo a muovere braccia e gambe, capisco di essere stato legato al letto attraverso strette cinghie; posso solo ruotare la testa, e quando lo faccio, vedo la mostruosa dottoressa, che tiene stretta al petto una cartelletta giallastra, e uno dei due giganteschi infermieri, a pochi centimetri dalla grande cabina armadio. Noto, per la prima volta, che i due condividono gli acquosi occhi neri.
     Facendo appello, per quanto mi è possibile, a tutte le forze che ho in corpo, cerco di allentare la presa del cuoio su polsi e caviglie. Mi dimeno, mi agito spasmodicamente, ma non sembra esserci nulla da fare. << Signor Morris così si fa soltanto del male. Si rilassi, non ha nulla da temere. >>, mi dice la dottoressa.
     La sua voce, roca e raschiante, non mi tranquillizza per niente, anzi mi rende ancora più nervoso, ma capisco in fretta di non avere molta altra scelta.
     La dottoressa mi si avvicina di un passo, tenendo sempre ben salda la cartelletta, e rivolgendomi un sorriso accomodante. <<Signor Morris, lei non sa che posto è questo, vero? Non sa come ci è arrivato, e non ha alcun ricordo precedente al suo risveglio di qualche ora prima, ho ragione?>>. Non le rispondo, non credo ce ne sia davvero bisogno. Così, lei continua. <<Non si lasci prendere dall’ansia, è normale che i nostri nuovi pazienti manifestino un certo grado di amnesia>>.
     Aprendo la cartelletta, poi, riprende. <<Ora le mostrerò una serie di fotografie. Ho bisogno che lei mi dica se le riconosce oppure no, nella più totale sincerità. Ha capito? Bene>>.
   Tirato fuori da un sacchetto di plastica un mazzo di piccole fotografie, si siede al lato del letto, accavallando le magre gambe e mostrandomi la prima tenendola tra il pollice e l’indice.
     Strabuzzando gli occhi e alzando leggermente la testa, fisso lo sguardo sullo scatto. Ci impiego qualche secondo a comprenderne il soggetto, una scultura in gesso raffigurante un grosso cervello, dal quale si dipana una fitta serie di arti umani; gambe, braccia, mani, piedi, ognuno di essi sembra che voglia lasciare il proprio molliccio e frastagliato contenitore per raggiungere il mondo reale.
     Senza staccare gli occhi dalla fotografia, completamente estasiato dalla sua disturbante armonia, dalla sua confusa e caotica bellezza, rispondo che non l’ho mai vista. E mi trovo costretto a dare la stessa risposta a ogni altra fotografia che mi mostra la dottoressa, tutte sculture incredibilmente pregevoli, ma che non riesco a riconoscere. Passiamo così minuti interi, fino a quando sbotto, spazientito: <<Non capisco dove voglia arrivare, non so perché dovrei ricordarmele! Mi dia qualche risposta!>>.
     La dottoressa si ferma improvvisamente, guardandomi con i suoi due stagni di pece, impassibile.
     <<Dovrebbe ricordarsele perché le ha fatte lei. Sono tutte opera sua, signor Morrison>>
    Quella frase mi lascia confuso, interdetto, basito. Probabilmente, la mostruosa dottoressa se ne rende perfettamente conto, e senza aggiungere altro apre la cartelletta ed estrae una pagina, posandola poi delicatamente sulla coperta sopra le mie gambe, alla giusta distanza perché possa leggere quanto riporta. È una specie di scheda, con il mio nome, una mia foto in bianco e nero e quello che scopro essere il resoconto estremamente riassunto della mia vita.
   Secondo quanto scritto, nasco il 30 marzo del 1968 a Seattle, Washington, da una famiglia più che benestante, che mi assicura una buona educazione, studi classici e la realizzazione di quasi ogni mio desiderio. A sedici anni scopro di avere una particolare predilezione per le materie artistiche, e a diciannove di possedere un talento straordinario per la scultura: un anno dopo, abbandono la mia famiglia e mi sposto a vivere da solo a New York City, New York. All’inizio degli anni ’90 riesco finalmente a organizzare la prima delle mie mostre, che ha subito un successo incredibile: vengo con facilità accolto tra le figure di riferimento dell’arte moderna indipendente. Nonostante rifiuti continuamente di redigere una mia biografia, che sia a libro o a film, l’arrivo del XXI secolo consacra definitivamente la mia carriera come una delle più fulgide della storia dell’arte; alla fine del 2010, però, un infarto improvviso mi permette di scoprire i miei gravi e precoci problemi di cuore, che nel luglio del 2013 segnano la fine della mia carriera di scrittore. E della mia vita.
     Finisco di leggere, e alzo lo sguardo sulla dottoressa, che mi osserva impassibile. Non sono più sorpreso, scosso, turbato: riga dopo riga, i miei ricordi passati sono finalmente tornati, e combaciano perfettamente con il riassunto, che la dottoressa prende e ripone di nuovo all’interno della cartelletta.
     Una domanda, però, rimane ancora impressa dentro di me: <<Ok, sono morto. Quindi, dove diavolo mi trovo?>>. Lei sorride brevemente, solo per un decimo di secondo, prima di rispondere.
     <<Buffa scelta di parole. Questo è l’Inferno… una parte, dell’Inferno. Per la precisione, è la struttura a lunga degenza in cui teniamo tutti voi “artisti”>>
     Dopo qualche secondo di sbigottimento, il posto lasciato vuoto dallo smarrimento e dai dubbi, viene colmato da un’iniezione di pura e semplice rabbia.
     L’Inferno? Dovevo rimanere lì dentro per tutta l’eternità? E che cosa avevo fatto di male, poi, per meritarmelo?
     <<È questo che deve capire. Non ha fatto nulla di ciò che, comunemente, le garantirebbe un posto da noi>>.
      <<Eppure, eccomi qui>>.
     <<Come tutti gli altri “veri artisti” della Storia. Non le facciamo noi, le regole>>
     <<E chi, allora?>>
     <<Credo possa immaginarlo>>
     Per la prima volta da quando mi sono svegliato, nella stanza cala il silenzio per un po’. Poi la dottoressa fa un profondo respiro, e riprende a parlare. <<Lo sa come funziona, il suo lavoro, signor Morrison? Come funziona veramente?>>
     <<Beh, mi viene un’idea, la sviluppo, e realizzo la scultura. O almeno, lo facevo>>
    <<No, no… questo lo sanno fare tutti. Quel che in pochi sapete fare, è infondere un frammento di voi stessi all’interno di ciò che create. E non in senso figurato: l’anima umana è una fonte di energia, vera e propria>>
     Confuso, alzo la testa quanto più mi è possibile. <<Che cosa mi sta dicendo? Che è stato il riuscire a dare un senso profondo alle mie opere, che mi ha permesso di finire qui una volta morto?>>.
     La dottoressa si alza dal letto, dandomi parzialmente le spalle. <<L’anima umana, però, non è eterna, come fonte di energia. Non basta per vivere appieno ogni aspetto della vostra vita, deve essere dosata>>. Sto per obbiettare qualcosa, spalanco la bocca per iniziare a parlare, ma la dottoressa m’interrompe subito. <<Scavi nei suoi ricordi, riguardi pure il riassunto della sua vita, se deve, ma si chieda: ha mai avuto intorno qualcuno cui tenesse davvero, più di quanto amasse le sue opere?>>.
     Rimango per un secondo boccheggiante, spiazzato più che dalla domanda, dalla risposta inequivocabile che mi balena subito nel cervello. Tirando un lungo sospiro di sollievo, lascio che la testa mi ricada all’indietro, sul soffice cuscino candido. La dottoressa fa un cenno al gigantesco infermiere, che esce dalla stanza, tenendole poi aperta la porta.
     <<Se solo qualcuno l’avesse detto. Una vita di stenti, qualche anno di successo, una morte precoce e improvvisa, e poi l’eternità qui dentro. Non proprio un’offerta generosa, da parte Sua>>, dico, bloccando la dottoressa sull’uscio. Questa si volta a guardarmi, poi apre la cartelletta, estrae una delle fotografie delle mie sculture, e la fa scivolare sul comodino in mia direzione.
     <<Lei crede?>>, mi dice, prima di richiudersi la porta alle spalle.
     Volto la testa con difficoltà, solo per scoprire che sono di nuovo padrone dei miei movimenti: le cinghie ai polsi e alle caviglie sono incredibilmente scomparse, senza che me ne accorgessi. La fotografia è la prima che mi ha mostrato, che ora ricordo aver intitolato “ KAR-TR”.
     Forse, la dottoressa ha ragione.
     Dopotutto, potrebbe essere stato davvero uno scambio equo.
     

2 commenti:

  1. Oh come mi è piaciuto! Brafo! Davvero una bella idea alla base del racconto, che hai sviluppato bene! Ma davvero sogni roba del genere?

    RispondiElimina
  2. A volte sì. Dipende da quello che ho mangiato, o da quello che ho letto, o da quello che ho visto: a dar vita a questo racconto sarà stata una possente peperonata, un mefitico libro di Fabio Volo, oppure l'ultimo film con Nicolas Cage?! A voi la scelta!

    RispondiElimina