mercoledì 20 novembre 2013

BUON SANGUE

Buonasera, cyber-sailors!
Come va? Io, in questo periodo, sono più soddisfatto del solito, essendo uscito (da meno di una settimana!) il primo libro a cui ho collaborato come autore.
Chi di voi ha seguito la rubrica del "L.P.I.C." fin dall'inizio, sa che circa un anno fa ho accettato la proposta dell'Associazione Commercianti di Peveragno, la mia cittadina natale, di realizzare un libro illustrato che tratti proprio di Peveragno e delle sue più antiche tradizioni: purtroppo è una cosa a livello locale, quindi la distribuzione è quella che è... però, personalmente, sono stato molto felice di vedere finalmente realizzato il mio primo progetto cartaceo!!!

Ma passiamo alle cose serie: ecco qui sotto, tutto per voi, BUON SANGUE, il mio nuovissimo raccontino breve. Si cambiano un po' di cose, quest'oggi: si cambia l'ambientazione, per la prima volta (ci spostiamo da quella horror a quella fantasy), e si cambia il punto di vista (non più in prima persona, ma esterno e in terza).
Ai lettori più attenti, forse, capiterà anche di notare che qualche cosa nella grafica del blog è cambiata.
Sì, è la settimana della novità.

Come? Mi chiedete qualcosa in più sul racconto, cyber-sailors?
Beh, vi posso dire che inizia come una fiaba "comune", per poi finire in tutt'altro modo: quello che mi preme di far capire, è che non è detto che in una leggenda ci sia per forza un fondo di verità.
Attenti, quindi, alla differenza tra "storia" e "Storia"!

Ad accompagnarvi alla lettura, come al solito, una canzone: questa volta tocca a "La casa brucia", di uno dei miei gruppi preferiti IN ASSOLUTO... i Ministri. Penso proprio li rincontrerete, qui su queste pagine.

A voi, buona lettura.
Simone
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     Lo scricchiolio del sentiero roccioso, stretto nella morsa di un ghiaccio vecchio di millenni, era l’unico suono (assieme all'ululare del vento gelido) percepibile nel cuore della Catena Ghiacciata.
    Nonostante il sole avesse passato lo zenit non da molto, i suoi deboli raggi non riuscivano a scaldare le ossa dei tre uomini che si aggiravano da quasi altrettanti giorni sopra quegli impervi picchi. Fergus si strinse il lungo mantello con pelliccia attorno all'armatura di cuoio e alla cotta di maglia, calandosi con forza il cappuccio sopra i lunghi e lisci capelli dorati, maledicendo sottovoce la lentezza dei suoi due compagni di viaggio. Nonostante avesse insistito con sua madre perché non gli affiancasse nessuno in quella missione disperata, lei non aveva voluto sentire ragioni.
     Si voltò leggermente, fissando i grandi occhi azzurri su quei due ragazzi di media statura, vestiti con le pesanti armature e l’accetta che li identificavano come al servizio della sua famiglia, i Firebrand, signori assoluti della Valle del Cielo.
     Gli parvero goffi e incapaci, come lui era convinto non sarebbe mai stato in tutta la sua vita. Un mezzo sorriso apparve sul suo volto; in fondo erano buoni guerrieri, senza i quali avanzare lungo gli impervi passaggi della Catena Ghiacciata sarebbe stato ben più difficile.
      Chiedeva solo che avanzassero più in fretta, specialmente ora che avevano quasi raggiunto la meta.
      Espirando profondamente, Fergus ritornò a seguire con lo sguardo il ripido sentiero davanti a loro.
L’ansia cresceva passo dopo passo, bilanciata però dal profondo orgoglio grazie al quale aveva deciso di intraprendere il viaggio, e portare a termine il compito leggendario iniziato dal nonno Fenral.
     Fergus avrebbe potuto decantare ogni singolo aneddoto riguardante Fenral e le gloriose avventure che l’avevano portato a riunire le tribù indigene della Valle, e a liberarle dall'insopportabile giogo che le opprimeva. Poco più di un secolo prima, suo nonno e un pugno di uomini fedeli, erano entrati nella regione con il coraggioso compito di eliminare la mostruosa creatura conosciuta come Khoron, crudele divinità delle tribù indigene, che schiavizzava attraverso un culto sanguinario e repressivo: astuto e coraggioso, il nonno era penetrato da solo nelle rovine della vecchia capitale per scontrarsi con Khoron, costringendolo alla fuga e finendo poi per essere acclamato come signore indiscusso della Valle del Cielo dagli stessi indigeni.
     Fergus sfiorò leggermente l’elsa di Aculeo di Smeraldo, la leggendaria spada che si diceva essere stata ricavata da uno dei denti di Khoron, che pendeva al suo fianco adagiata nel proprio fodero di cuoio e argento, e gli sembrò di stringere la possente mano di Fenral stesso: quanto avrebbe voluto conoscerlo!
      Era certo che, trascorrendo una sola ora assieme a lui, avrebbe imparato più cose sulla vita e sul mondo, che in tutti gli anni passati ad ascoltare le tediose lezioni dei maestri, giù al castello.
     Ma Fenral, ormai, era morto spezzato dalla vecchiaia, l’unico nemico contro il quale non aveva potuto nulla. Il solo modo per rendergli omaggio era quindi usare la sua arma preferita per trafiggere il nero stomaco di Khoron, nelle profondità della tana in cui si rifugiava ormai da un secolo.
    In questo modo, avrebbe dimostrato a tutti i suoi sudditi, in attesa del loro nuovo signore dopo la prematura scomparsa di suo padre, di essere pronto a traghettare la Valle verso un futuro più che roseo.

       Il gruppo proseguì lungo il sentiero ghiacciato per un’altra mezz’ora.
      Stavano vagando praticamente alla cieca: ben pochi degli esploratori agli ordini del padre di Fergus, si erano spinti così all’interno della Catena Ghiacciata, e la posizione del nascondiglio di Khoron rimaneva ancora parecchio dubbia. Il fatto, però, che da diverse ore non incontrassero animali selvatici, poteva significare che le fauci della bestia fossero più vicine del previsto.
       Improvvisamente, un ampio spiazzo pianeggiante e coperto soltanto da uno strato di neve e ghiaccio più recenti, si aprì davanti ai loro occhi. Poco oltre, si ergeva un’immensa parete rocciosa, nella quale si apriva un grande foro profondo e troppo definito per essere naturale. I raggi del sole pomeridiano ne illuminavano l’interno soltanto per qualche metro, lasciando totalmente all'immaginazione la marea di pericoli e meraviglie che probabilmente si celavano al suo interno.
       I tre guerrieri rimasero ammutoliti per lunghi attimi, quindi Fergus estrasse la spada del nonno dal fodero. Il silenzio divenne più greve, quando la lama cominciò a emettere un bagliore verdastro definito, seppur appena percettibile.
    Fergus sorrise sornione. Secondo la leggenda, tramandata dalle parole dei guerrieri di suo nonno, testimoni del suo onorevole duello, Aculeo di Smeraldo reagiva in quel modo solo quando era vicino alla mostruosa creatura.
       Appoggiandosi l’arma sulla spalla, Fergus avanzò verso l’immensa apertura nella roccia.
     << Mio signore! >>. La voce di uno dei due soldati spezzò la sua concentrazione proprio un attimo prima che varcasse la soglia. << Accampiamoci. Di certo la caverna, e l’essere che ospita, non andranno da nessuna parte! >>.
     Senza voltarsi, Fergus rispose, trattenendo a stento rabbia e frustrazione. << Quella creatura è già sfuggita al giudizio più di un secolo fa, e non intendo ritardare ancora la resa dei conti! >>. Quindi, voltandosi di tre quarti per puntare la lama del pesante spadone verso i due soldati, esclamò a gran voce: << Oggi è un giorno glorioso, di cui si canterà non solo tra cento, ma tra mille anni! Osate rimandare il vostro ingresso nella Storia? >>.
        I due rimasero immobili, guardandolo nel silenzio più completo per alcuni secondi.
       Poggiando la spada a terra, sospirò poi profondamente: << Seguitemi ancora e, quando faremo ritorno alla Valle, vi nominerò cavalieri! >>.
        Come colpiti da un fulmine, i due ripresero a muoversi.
        Accesero una delle torce che avevano portato nelle loro bisacce e la porsero a Fergus.


       I tre guerrieri scoprirono che l’entrata conduceva a un grande complesso sotterraneo, intricato e irto di pericoli. Alcune parti erano una vera meraviglia di natura incontaminata, altre avevano pareti, soffitti e pavimentazioni più lisce e definite, ed erano probabilmente state scavate dallo stesso Khoron attraverso il proprio leggendario fiato incandescente.
       Scoprirono ben presto che la torcia non era necessaria: i tunnel, le camere e i passaggi “non-naturali” che imboccarono emettevano spontaneamente una soffusa luce verdastra molto simile a quella della spada, sufficiente per permettere loro di non procedere tentoni.
         Dopo aver raggiunto per la terza volta di fila una larga camera rotonda, del tutto spoglia tranne che per le diverse carcasse di animali sparse sul pavimento, più illuminata del resto dalla luce del sole proveniente da tre grossi fori naturali sul soffitto, Fergus acconsentì a fermarsi per un po’, obbligato ad ammettere con se stesso di aver perso il senso dell’orientamento.
      All'improvviso, mentre si preparavano a mangiare qualcosa di veloce, percepirono un breve rombo provenire da uno degli stretti tunnel che si aprivano a intervalli regolari lungo le pareti rocciose della camera. In posizione di guardia, Fergus fece un cenno a uno dei due soldati, che vi si addentrò di un paio di passi.
        Questi ebbe appena il tempo di voltarsi di nuovo per iniziare a dire che non sembrava esserci nulla, che un altro rombo infernale esplose alle sue spalle, seguito da una possente fiammata verde acceso: il soldato prese a urlare e a correre per la stanza circolare, solo per poi finire a contorcersi al suolo, carbonizzato dentro la propria armatura.
        Qualche attimo più tardi, Fergus e il soldato rimasto furono sbalzati a terra, quando dall'imboccatura del tunnel fuoriuscì una creatura dal lungo corpo serpentino, costellato di scaglie scure e solide. Un acuto ronzio proveniva dalle sei ali strette e rattrappite che gli si aprivano sul dorso, e sbuffi di fiammelle color della giada fuoriuscivano dalle sue ampie e crudeli fauci, dotate di una doppia fila di denti triangolari e seghettati. Gli occhi, bianchi e opachi, guizzavano rapidamente in ogni direzione.
       Anche se non fosse stato per la luce verde brillante che proveniva da Aculeo di Smeraldo e dai tunnel, ora talmente forte da essere appena sopportabile, per Fergus e il sodato sarebbe stato ovvio che, davanti a loro, ci fosse Khoron in persona.


       Rimettendosi in piedi, Fergus non riuscì a staccare gli occhi dalla creatura, la cui attenzione venne a sua volta attratta da Aculeo di Smeraldo.
        << Quella spada, l’ho già vista. Presumo tu sia un Firebrand. Come vanno le cose, là fuori? >>.
       La voce di Khoron, se così poteva essere intesa, non proveniva dal suo corpo fisico; Fergus e il soldato sopravvissuto la percepivano all'interno della loro mente assieme alle sue emozioni, su cui spiccavano una noia disattenta, e una leggera frustrazione per essere stato interrotto nel mezzo di qualcosa di molto importante.
       Per rispondere Fergus dovette fare appello a tutto il proprio autocontrollo.
      << Perfettamente come nell'ultimo secolo, mostro. E dopo oggi, quando finalmente terminerò la missione di mio nonno Fenral, andranno ancora meglio! >>.
       Un’improvvisa ondata di sincera ironia investì le menti dei due guerrieri.
      Rilassando i muscoli, Fergus alzò Aculeo di Smeraldo sopra la testa con entrambe le mani, urlò il nome della propria famiglia e si spinse in avanti, seguito dal giovane soldato.
     Quando la vecchia lama si abbatté sulle scaglie di Khoron, Fergus sentì ogni singolo osso del proprio corpo vibrare violentemente, ma un fremito di gioia lo pervase quando sentì lo spruzzo caldo del sangue (o di qualunque cosa fosse contenuto nelle vene del mostro) sulle mani. Alcune scaglie si staccarono in corrispondenza della ferita, e caddero a terra con un leggero ticchettio. Il soldato, invece, non produsse alcun danno con la propria accetta.
       L’esaltazione, per Fergus, durò giusto alcuni secondi.
      Inaspettata, infatti, una potente suggestione mentale colpì lui e il soldato, costringendoli a indietreggiare. Fergus cercò coraggiosamente di resistere, ma per l’altro non ci fu niente da fare: dotato di una mente troppo debole, il soldato cedette completamente alla forza della suggestione, abbandonando la propria arma e raggomitolandosi contro una delle pareti della camera, le gambe raccolte al petto e gli occhi spalancati e vuoti.
     Altrettanto improvvisa, la coda affusolata e massiccia di Khoron colpì Fergus al petto, spezzandogli il fiato. Nel giro di un paio di secondi, questi si ritrovò costretto contro la roccia alle proprie spalle, la spada troppo lontana perché potesse essere raggiunta. La creatura avvicinò il proprio muso allungato al suo volto, rilasciando ogni tanto qualche breve fiammella, e distillando una serie di parole comprensibili dall'ondata emotiva. << Che cosa sei venuto a fare giovane Firebrand? Avete forse dimenticato il mio messaggio? >>.
     Il peso della coda scagliosa di Khoron era così grande da minacciare la lucidità di Fergus, e l’unico motivo per il quale riusciva a percepire le parole della creatura, era che gli si presentavano direttamente nel cervello. Con grande sforzo, spremette la voce fuori dalla propria gola: << Quale messaggio? Che saresti sfuggito per sempre al giudizio, per poi tornare un giorno a reclamare la Valle del Cielo come tua? >>.
     La stretta divenne istantaneamente più forte, così come il tono della “voce” di Khoron. << Che non volevo più saperne di voi umani! Avevo detto a tuo nonno di lasciarmi in pace! >>.
      << Ah! E così essere sconfitto e umiliato ti ha reso insofferenti gli umani, eh? Troppo comodo! >>, disse Fergus cercando di emettere una risata sarcastica, che però assomigliò più a un faticoso rantolo.
     Sorprendentemente, l’impeto delle emozioni della creatura rallentò.
     Dopo qualche secondo di pausa dal sapore confuso, Khoron chiese: << Dimmi, giovane Firebrand, i tuoi maestri ti hanno insegnato le origini della Valle del Cielo? >>.
     Con un lungo sospiro, Fergus decise di seguirlo nel suo incomprensibile ragionamento.
     << Certo. È stata scavata agli albori del mondo da una gigantesca pietra caduta dal cielo. >>.
    << Esatto! Ma quello che i tuoi maestri non sanno, è che nascosto dentro quella grande pietra c’ero io. Sono stato gettato su questo mondo giovane tanto quanto lui… e ho seguito lo sviluppo della Valle e delle sue forme di vita da sempre. >>.
     << Immagina di passare secoli e secoli nella più completa solitudine, sapendo di non poter mai più tornare a casa… >>, continuò la bestiale creatura guardandolo fisso con i suoi occhi biancastri, << … e poi, finalmente, incontri degli esseri viventi intelligenti con cui poter dialogare, che ti acclamano come una divinità, ti riveriscono, ti nutrono, pregano e gioiscono nel tuo nome. Capisci quanto sia allettante la proposta di un’esistenza di questo tipo? >>.
      << Le “terribili pratiche” che tuo nonno ha cancellato erano violente? Sì, forse. Ma erano parte di una tradizione antichissima, che funzionava per gli indigeni, e rendeva me felice.>>.
    Uno sbuffo sprezzante di Fergus interruppe le parole mentali di Khoron, i cui pensieri si fecero improvvisamente più risentiti: << Non mi aspetto che tu comprenda il mio punto di vista. D’altronde discendi da un violento usurpatore e conquistatore! >>.
        Per Fergus, questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Khoron poteva trattarlo come uno sciocco e un bambino, ma infangare la memoria del più grande eroe di Valle del Cielo era qualcosa che non avrebbe mai sopportato.
        Con una smorfia rabbiosa, sputò sul muso della creatura.
       << Come ti permetti, tu che sei una creatura schifosa e codarda, di parlare così di Fenral Firebrand? Mio nonno ha abbandonato la propria dimora e si è messo in viaggio con tutta la sua casata per giungere nella Valle e fare ciò che sentiva giusto! È un salvatore, un liberatore… scendi dalla Catena Ghiacciata e domanda a qualsiasi discendente degli indigeni se non si sveglia ogni mattina lodando la misericordia di mio nonno e la propria nuova vita! >>.
        Improvvisamente, Khoron allontanò il proprio muso allungato dal volto di Fergus.
     << Misericordia? Te lo posso assicurare, giovane Firebrand, niente di ciò che ha fatto tuo nonno, è scaturito dalla misericordia. Ma poiché le parole non bastano… dovrò spiegartelo in altro modo.>>.
    Khoron fissò quindi le sue pupille in quelle di Fergus, apparentemente interrompendo la loro conversazione mentale. Quest’ultimo capì quasi subito che non sarebbe riuscito a spostare lo sguardo fino a quando l’altro non l'avesse permes: era completamente perso in quei due pozzi opachi.
       Lentamente, la caverna al di sotto della Catena Ghiacciata e la sua brillante luce verde scomparvero, lasciando spazio a quella sanguigna e gloriosa dell’alba: dopo interminabili secondi, Fergus scoprì di stare guardando da una certa altezza le rovine fumanti di una grande città.


     La scena era confusa e caotica, come se stesse cercando di guardare il fondo di un rapido torrente attraverso una lastra di vetro.
     Tra le alte volute di fumo era possibile scorgere gli edifici rosi da un inestinguibile incendio verdastro, macerie di qualunque tipo, e statue serpentiformi rovesciate a terra e distrutte; ciò che non era possibile raggiungere con la vista, poi, era suggerito dal clangore delle spade e dalle urla di dolore e disperazione. Senza che potesse fare nulla per impedirlo, in Fergus si fece largo rapidamente la consapevolezza che tutto il proprio mondo aveva superato, ovviamente dalla parte sbagliata, l’orlo del precipizio.
      Seguendo un basso ronzio, lo sguardo di Fergus si spostò rapidamente su diverse zone della città, per poi fissarsi sul gigantesco portone d’entrata, o meglio, su ciò che ne era rimasto. Le due imperiose ante erano mostruosamente accartocciate, e languivano sul selciato, contornate di cadaveri coperti di sangue.
       Proprio in quell'istante, una figura alta e fiera attraversò la soglia, camminando in sua direzione.
      Era un uomo sui trent'anni circa, con lunghi capelli biondi e una barba maltenuta vecchia di diversi giorni. Muscoloso, portava un’armatura di piastre che recava i segni di molteplici combattimenti, e i suoi occhi chiari guardavano direttamente Fergus. Nella mano sinistra, reggeva una spada dall'incredibile fattura, che gli sembrò molto famigliare.
    L’uomo si fermò a pochi passi da Fergus, con aria stanca, affaticata, ed estremamente atterrita. Lentamente, appoggiò la propria spada a terra, alzando poi le mani in un universale gesto di pace. Nonostante il trambusto della battaglia in lontananza, Fergus lo ascoltò ammettere ad alta voce di essere lì per ucciderlo, solo per poi proclamarsi infinitamente più debole di lui, e impossibilitato a farlo. Quindi, l’uomo rivelò di aver raggiunto la Valle del Cielo in cerca di nuovi territori da conquistare, in modo da ridare alla propria famiglia il lustro e l’importanza persi nel corso degli ultimi anni. Infine, gli propose una specie di accordo: lui, i suoi uomini e qualunque indigeno avesse voluto seguirlo, si sarebbero pacificamente stanziati nel sud della Valle, mentre a Fergus avrebbero lasciato la zona nord come terreno di caccia altrimenti inaccessibile.
         Per qualche secondo, Fergus e l’uomo in armatura rimasero a guardarsi, in silenzio.
    Poi, il basso ronzio riprese diventando sempre più forte, e la visuale di Fergus si allontanò progressivamente dal proprio contendente: il suo cuore e la sua mente si colmarono di un’indicibile delusione, un atavico senso di rassegnazione e sconfitta, e del desiderio di rimanere da solo, per sempre.
        Pochi istanti prima che la soffocante cappa di fumo coprisse la sua visuale aerea, notò ancora l’uomo afferrare lo spadone e immergerne la lama nel fuoco verdastro di un incendio poco lontano.
        Fergus si volse verso una sconfinata serie di picchi innevati che brillavano come diamanti contro la luce del sole. Il loro bagliore si allargò sempre più, fino a cancellare qualunque altra cosa.


         Finalmente, anche quella luce accecante si spense, e Fergus ritornò a osservare la caverna scarsamente illuminata dai bagliori verdastri, e i contorni mostruosi del corpo serpentino di Khoron.
       Quest’ultimo si allontanò, sciogliendo la propria possente stretta, ma accompagnando ancora con la coda la sua caduta, di modo che non picchiasse violentemente contro il suolo roccioso. Fergus nemmeno se ne accorse, di questa inusuale gentilezza. Aveva lo sguardo perso nel vuoto ed era completamente privo di forze: nei successivi minuti, rimase carponi a terra, immobile, impegnato a rimuginare sul significato di ciò che Khoron gli aveva mostrato.
      Quindi, colto da un improvviso terrore, iniziò a spostare ossessivamente lo sguardo dalla creatura mostruosa, ai cadaveri dei due soldati che l’avevano accompagnato. Solo ora, si rendeva conto di quanto assurda, disperata, futile e stupidamente pericolosa fosse stata la sua missione.
         Mettendosi a sedere, si ritrasse il più possibile da Khoron, dimentico di qualsiasi altra cosa se non della propria incolumità.
        In tutta risposta, dalla creatura provenne una nuova ondata, questa volta di sincera tristezza.
     Questi gli diede le spalle, indicandogli poi uno dei tunnel che si aprivano sulla parete nord. << Non temere, giovane Firebrand, non desidero che un esercito venga a reclamare il tuo cadavere. Segui quel passaggio fino alla fine, fuggi da qui e non tornare mai più. Tieniti la Valle, abbandonala, gettala alle fiamme, non m’interessa… io non la voglio. E in realtà non l’ho mai voluta. >>.
      Quindi, imboccò il tunnel da cui era giunto minuti prima, e scomparve ancora una volta nelle profondità della Catena Ghiacciata.
       In seguito, Fergus non avrebbe saputo dire quanto rimase seduto in quella camera circolare.
    Gli unici segni del passare del tempo erano Aculeo di Smeraldo e i tunnel, il cui lucore scemava progressivamente minuto dopo minuto: finché non divenne appena appena percettibile, Fergus non riuscì a muoversi, per paura che Khoron potesse ritornare.
      Dopo un po’, trovata la forza di alzarsi, recuperò la spada e con ampie ma lente falcate, attraversò la stanza circolare e si avvicinò al tunnel indicatogli da Khoron, ringraziando i suoi antenati di non essere costretto a rimanere per l’eternità lì dentro, assieme al resto delle carcasse.
       Prima di entrare nel tunnel, però, si fermò.
      Tornò indietro di qualche passo, e chinandosi a terra raccolse una delle scaglie che aveva staccato alla creatura con l’unico colpo che era riuscito a portare a segno nel corso del loro brevissimo combattimento. Lo spesso strato chitinoso aveva perso la propria inquietante brillantezza, ma rimaneva comunque un oggetto stupefacente.
       Se la infilò all'interno degli stivali, quindi si rimise in cammino.
       Gli sarebbe servita, una volta tornato a casa. La Valle aveva bisogno del suo nuovo eroe.

2 commenti:

  1. Bravo! Mi piace come hai reso l'idea che non sempre ciò che è catalogato come male è davvero malvagio. Non sempre ciò che è bene è davvero buono. A volte le cose sono solo diverse. A volte il punto di vista dell'altro è quello che ci spaventa veramente! Molto vero il gesto finale. Fergus che torna a prendere la scaglia. Molto vero!
    Che dire poi...il genere fantasy mi piace!
    Approved!

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  2. Grazie mille per l'ennesimo commento, Shamano! =)
    Sono contento ti sia piaciuto, e che tu abbia compreso alla perfezione il senso del racconto: è una soddisfazione sapere che quel che scrivo "arriva"!

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