mercoledì 9 ottobre 2013

IL PASTO

Un saluto a tutti voi, cyber-sailors!
Come ve la passate? Spero tutto sommato bene, nonostante la pioggia che cade praticamente ininterrotta da giorni.
E quale miglior rimedio contro il grigiume che minaccia di attanagliare le vostre giornate, di un nuovo, spiazzante mini-racconto?
Quello che vi presento oggi è "Il pasto", una storia davvero molto breve con protagonista un giovane scrittore ossessionato dal proprio lavoro... davvero molto, ossessionato.

Questa volta, però, non vi lascio una canzone.
Vi lascio con un video nel quale l'attore Michele di Mauro recita la poesia di Charles Bukowski "E così vorresti fare lo scrittore?", durante il Torino Performing Festival.
Per chiunque cerchi di praticare questa infame professione, questa poesia dovrebbe essere come i Dieci Comandamenti per un buon Cristiano.

Buona lettura (e buon ascolto).
Simone

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     C’è sempre una storia da raccontare, nella vita di tutti gli uomini.
     Max ricordava come fosse ieri la prima volta che aveva sentito quella frase, al corso di scrittura creativa: con quelle parole, Shakespeare ricordava a lui e agli altri alunni di osservare l’Universo quotidiano per scovarvi tutti quegli aspetti succulenti che è solito nascondere. E Dio solo sapeva quanto Max l’avesse osservato, il dannato Universo, senza però trarci nulla di rilevante… o, almeno, questa era l’opinione delle decine di editori, autori e agenti ai quali aveva sottoposto i figli ritardati che la sua mente aveva partorito.
     Così eccolo lì. Un giovane, aspirante scrittore squattrinato seduto al minuscolo tavolo della cucina, con la vecchia tovaglia color ocra sporca e sfilacciata che gli sfiorava le ginocchia. Un cartone di vino in offerta svettava poco lontano sul sudicio e opaco bicchiere di vetro, sulle posate con i manici di plastica gialla, sul pane ormai dalla consistenza di un chewing-gum e sul piatto di porcellana biancastra coperto da uno straccio che in qualche altra vita era stato azzurro. Il cellulare, gettato su quel lavello che non puliva da settimane, aveva appena ripreso a vibrare con un fastidioso rumore metallico che Max riusciva però a ignorare senza troppi sforzi: nessuno nella sua rubrica lo aveva mai capito o aveva capito quello che scriveva (sempre che ci fosse una differenza), e quella serata era troppo importante perché qualcosa lo distraesse.
   Dopo quella cena Max sarebbe diventato un vero artista, oppure sarebbe annegato del tutto nel suo personale pantano di frustrazioni.
     Guardò l’uomo seduto all'altro capo del tavolo, morto da ore.
     Lo fissava incredulo, sulla superficie del tavolo davanti a lui i resti grossolanamente tagliati del suo scalpo e il grosso coltello che Max aveva usato per tagliarli, mentre sul collo il segno violaceo dello stesso straccio che ora copriva il piatto spiccava sulla pelle pallida.
     Come aveva detto di chiamarsi? Bill? Prima di oggi, Max non aveva mai scambiato una parola con quel tizio: a essere sinceri, non c’era nessun tipo di persona che lo infastidisse più dei venditori porta a porta. Ma, e questo lo aveva realizzato nell'istante stesso in cui si era trovato per l’ennesima volta davanti la sua stupida faccia sorridente, la sua vita era una fottuta miniera d’oro, narrativamente parlando: costantemente in viaggio, in contatto con decine di persone diverse ogni settimana...
     Così l’aveva fatto entrare e avevano parlato per un po’, ma “Bill” aveva capito quasi subito che a Max interessava ben poco quel che cercava di vendergli, e farlo parlare diventava ogni minuto più difficile.
   Nonostante al corso nessuno avesse spiegato come comportarsi quando l’Universo rifiuta di farsi osservare, a Max la soluzione era sembrata più che ovvia, così su due piedi.
     Con mano tremante, tolse lo straccio dal piatto di porcellana, inspirando a pieni polmoni l’acre odore del contenuto. Poteva sentirne l’energia inespressa, che andava eccitandolo sempre più.
     Perse interi secondi a osservare la perfezione oblunga di quella matassa bianco pallido, striata di sangue quasi del tutto rappreso, chiedendosi come mai l’organo più affascinante del corpo umano sembrasse così innocuo e comunemente banale se estrapolato dal proprio umido contesto.
     Socchiudendo gli occhi Max afferrò forchetta e coltello, infilzò la matassa e ne tagliò un pezzetto. Esitò poi un attimo, tamponando il brivido di eccitazione con un sorriso nervoso.
     <<Vediamo che storia hai dentro, Bill …>> sussurrò avvicinando la forchetta alla bocca.

2 commenti:

  1. Accidenti...succulente e macabra la storia che Bill ha da raccontare. Questo si che sì che vuol dire entrare in relazione nel profondo con chi si ha di fronte! Vorrei però porre un interrogativo, se mi posso permettere: e se le storie delle nostre vite, come di quella di Bill o Max, avessero più a che fare con il cuore che con il cervello? Più con la passione che con la ragione? Non lo so...elucubrazioni da shamano!

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  2. Guarda, personalmente sono convinto che il cervello (e, in senso lato, "la mente") sia il centro di qualsiasi cosa accada all'interno del nostro corpo. Quindi sì, anche di quell'insieme di "cose" che potrebbero essere definite come anima... come la nostra storia.
    Il cuore è un muscolo, si contrae e si rilassa. E' il cervello che fa il lavoro vero, in questo senso!

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