giovedì 22 agosto 2013

NATI PER SOFFRIRE

Buon pomeriggio, cyber-sailors!
Come va? Spero tutto bene, sinceramente.
Io sono da poco tornato da una settimana al mare e dopo una dose davvero eccessiva di sole e aria pulita vi propongo un nuovissimo racconto breve, ovvero NATI PER SOFFRIRE: è il secondo racconto che ho scritto in previsione di mandare qualcosa al "Concorso nazionale Edgar Lee Masters" (ovviamente è quello che NON ho scelto).
Ho dovuto lavorarci sopra un sacco, e davvero spero che almeno a qualcuno piaccia.

A voi anche "Nati per subire", canzone degli ZEN CIRCUS dalla quale prende ispirazione il titolo del racconto (sì, ho cambiato solo una parola perchè sono un tipo senza fantasia, esatto).

Buona lettura!
Simone

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      Se un anno fa qualcuno avesse chiesto ad Alberto dove pensava di trascorrere gli ultimi istanti della propria vita, il cesso di uno squallido trilocale in zona San Salvario non sarebbe entrato nemmeno in classifica. Ma era proprio lì che si trovava, seduto sullo sporco pavimento e con gli occhi fissi sulla porta di vetro satinato, al di sotto della quale si allungava la nera e umida matassa che si era staccata dal soffitto della camera da letto per mettersi sulle sue tracce.
     E pensare che Giada, prima di andarsene qualche ora prima, gli aveva ribadito per l’ennesima volta di smetterla con quella “semplice macchia di muffa”. Ma Alberto aveva capito fin da subito che non c’era niente di “semplice” in quella cosa. Ecco l’unica intuizione azzeccata della sua vita, e il fatto che fosse lì in quel momento ne era la prova: niente di ciò che aveva altrimenti programmato era poi andato come avrebbe dovuto.
     Dodici mesi prima Alberto, neo-laureato in una delle migliori università del paese, viveva con i suoi, lavorava nella piccola azienda di trasporti di famiglia e ogni fine settimana vedeva Giada, ancora impegnata a studiare a Torino. Un quadro del tutto banale, che gli regalava sempre più la sensazione di non avere alcun peso sulle sue giornate: si sentiva alla deriva in un oceano mancante di possibilità.  Raggiunto il limite di sopportazione, aveva deciso di lasciare tutto e spostarsi a Torino; una mossa azzardata per molti, terrorizzati dallo spettro della crisi economica, e un vero e proprio schiaffo morale per i suoi genitori, che avevano sempre sacrificato corpo e anima per permettergli di vivere decentemente. Ma Alberto era ormai deciso a bussare alla porta del suo futuro: quale opportunità di successo sarebbe stata preclusa a un giovane intelligente e spigliato come lui?
     Per un primo periodo aveva dormito a casa di Giada assieme a lei e alle sue coinquiline, mentre cercava un posto da cui iniziare la sua grande avventura.
     Consigliato da amici di amici, aveva poi raggiunto quel triste trilocale.
     L’insulso appartamento non era dissimile da molti altri di San Salvario: vecchio e polveroso, raccoglieva da sempre molta della feccia che penetrava e vomitava la città. Il padrone di casa era un tipo dall’aria totalmente disinteressata che sembrava vestirsi sempre solo con la stessa canottiera e gli stessi boxer grigiastri. L’atmosfera generale era quindi tutto tranne che confortevole, ma Alberto aveva accettato subito l’offerta: d’altronde, anche Steve Jobs aveva cominciato in uno squallido garage.
     Il trilocale, nonostante avesse in mente di lasciarlo al più presto, era diventato così il primo punto fermo della sua impresa sociale. E ancora oggi era rimasto l’unico, in effetti.
   Il sonno della prima notte passata all’interno di quelle vecchie mura venne disturbato da dubbi e aspettative, sempre in bilico tra entusiasmo e preoccupazione: la mattina dopo, sul soffitto della camera da letto era comparsa per la prima volta la “macchia di muffa”.
    Non era più grossa di un pugno e appariva innocua, ma procurava ad Alberto un ancora inspiegabile senso di opprimente inquietudine che i primi tentativi di rimuoverla (vani, ovviamente) non riuscirono a cancellare: ma l’immediato bisogno di un lavoro e la vicinanza di Giada gli permettevano, almeno all’inizio, di destinare altrimenti i propri pensieri.
     Nel corso dei mesi successivi, infatti, Alberto aveva contattato decine di aziende e società sulle quali la propria laurea, e le capacità che gli assicurava, avrebbero fatto di certo colpo. Ma nessuna di loro aveva l’intenzione o la possibilità di assumere personale e la ricerca terminò solo accettando un posto part-time da pony-express in una piccola rosticceria.
      Il fatto che i suoi colleghi parlassero a malapena l’italiano e che trovassero troppa difficoltà nel dare il resto ai clienti lo rendeva ogni giorno più insofferente e nevrotico, spingendolo ad allontanare quasi tutti i propri amici, chiudendosi in un guscio di indistruttibile depressione. Erano nella sua stessa situazione, ma sembravano non darci troppo peso: perché diavolo tutti continuavano a essere felici? La loro vita stava andando a rotoli proprio come la sua!
    Soltanto Giada rimase con lui, assieme alla “macchia”, che Alberto sentiva espandersi pian piano seguendo i rantoli affannosi della sua esistenza allo stadio terminale: più le cose andavano a puttane e più questa gli sembrava diventare grande e irrequieta.
    Negli ultimi tempi, così, Alberto aveva perso progressivamente gusto nel fare qualsiasi cosa: uscire, divertirsi, bere, leggere, scopare, mangiare. Quando non era al lavoro era a casa e la sua vita era tornata a essere (proprio come prima dell’emancipazione) un placido torrente privo di senso nel proprio testardo scorrere, solo che questa volta non aveva nessun “piano B”, nessun’ idea geniale per uscirne.
     Dopo l’ennesima litigata, anche Giada se ne era andata, e proprio qualche attimo prima che la creatura decidesse finalmente di mettersi in azione.
      Non credeteci se vi dicono il contrario: tutto nella vita ha una data di scadenza. Anche le emozioni.
      Improvvisamente il suono stridente di vetro e legno fatti a pezzi strappò Alberto ai ricordi.
     La porta del bagno aveva ceduto alla creatura, che la stava ingurgitando a grande velocità. Qualunque cosa Alberto aveva creduto fosse quella massa umida e nerastra, ora di sicuro non lo era più: si muoveva strisciando ciecamente, protendendosi e ritirandosi in rapida sequenza e ricoprendo qualunque cosa sul proprio cammino senza darle possibilità di fuggire.
     Era un’onda di oscurità assoluta e senza fine, una massa nera e gelida che non aveva mai avuto altro scopo, negli ultimi mesi, se non quello di divorare Alberto.
     Perché se poteva essere certo di una cosa, ormai, era proprio di quella: la “macchia” lo aveva aspettato. Probabilmente da sempre: quell’essere si muoveva spasmodicamente in contemporanea con i battiti del suo cuore, come se questo volesse uscirgli dal petto per sprofondarvici completamente.
     Il suo cuore l’aveva capito; Alberto apparteneva a quel vuoto, a quel nulla profondo: aveva cercato di sottrarsi alle sue gelide grinfie, distanziandole con una serie infinita di belle promesse e false speranze, ma non aveva mai avuto una vera e propria chance.
     Quanta strada aveva fatto, soltanto per trovarsi nuovamente al punto di partenza.
     Come se lo avesse riconosciuto, la “macchia” si fermò a pochi passi da lui, appiattendosi sulle piastrelle e pulsando voracemente. Quindi, senza alcun rumore, si allungò in altezza fino a qualche centimetro sopra la sua testa, prendendo una forma rettangolare, come una spaventosa porta sul niente.    
     Entrandovi, Alberto sentì l’ansia sparire del tutto.
     La paura perdeva di senso, era arrivato. E visto com’erano le cose sul fronte “desideri infranti” intorno a lui, era certo non sarebbe rimasto solo per molto in quella vuota eternità. 

giovedì 1 agosto 2013

LA PUBBLICITA' E' L'ICORE DEL COMMERCIO

Un cordiale saluto, cyber-sailors.
Come state passando questo afoso giovedì? Io sono da poco tornato da una sana e rinvigorente scampagnata sulle montagne del cuneese, e chi mi conosce davvero può a malapena immaginare che fatica sia, per me, ora, rifiutare il sonno e star qui a sproloquiare davanti a un monitor.
Sappiate quindi che starmi a sentire è più di una cortesia, ora. E’ un atto di solidarietà umana.
Mentre trascinavo le gambe stanche sulla via del ritorno mi è venuto in mente di fare un bel post “di presentazione”, per parlarvi di quello che faccio/che farò nei riguardi del mondo delle parole; una sorta di breve excursus su ciò che di mio potrete aspettarvi di leggere e vedere (prima o poi nella vostra e nella mia vita). Pronti? Via!

Da dove iniziare, da dove iniziare, da dove iniziare… direi che il più importante dei progetti che ho sottomano ora è un ottimo punto di partenza. La cosa in questione si chiama STATU QUO ed è una graphic novel a tema storico ambientata nella seconda metà del XIII° secolo tra i comuni del Nord-Est della nostra benedetta penisola: narrando le imprese dei guerrieri che hanno fatto parte dell’unica, vera, crociata che ha interessato il Belpaese, si riflette sulla società, sulla politica e sulla mentalità italiana di ieri e di oggi… fico, no?
Ovviamente, non essendo un avatar della dea Kalì dalle incredibili capacità in ogni campo artistico, non sono il solo a lavorare a questo ponderoso tomo a fumetti. Tutt’altro; l’idea originale è di Federica Saorin, una giovane e (fidatevi) davvero promettente sceneggiatrice di Chieri, e ai disegni, al colore e al consumo spropositato di caffeina c’è Stefania Caretta, una disegnatrice davvero con i… fiocchi. Che siamo in fascia protetta.
Ad oggi ho speso più di un anno su questo progetto, e a prescindere da come andrà a finire sarà comunque una delle migliori esperienze lavorative che abbia mai sperimentato; ecco un segreto che tutti sanno ma che tutti si dimenticano più spesso del dovuto: non importa tanto COSA fai, ma CON CHI lo fai.
Davanti ai 10 che leggeranno questo post, ringrazio Federica e Stefania, ottime professioniste (e vi allego il link della pagina FACEBOOK del progetto: https://www.facebook.com/?ref=tn_tnmn#!/STATUQUOfumetto)!
Andando avanti, ma rimanendo in area fumetto, ho recentemente mosso i primi passi verso quella che sarà un’altra graphic novel da me scritta e ideata e che prima o poi vedrà la luce grazie a quell’ostetrica ubriaca e disattenta che è internet: FASE REM. Quest’altro progetto cerca di essere un noir-fantahorror sullo stile di Hellblazer, ancora ambientato in Italia (a Torino, per la precisione) e nel quale grande importanza ha la cosmologia ideata da Howard Philips Lovecraft. E’ una delle storie a cui tengo di più in assoluto, perché racchiude gran parte della mia visione del mondo, della realtà e della vita… non proprio una “lettura da cesso”, spero, anche grazie alle incredibili illustrazioni di Vanessa Rubino, neo-diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Torino. Ringrazio ovviamente anche lei: spero sinceramente abbiate il piacere di gustarvi le sue opere, prima o poi, come sto facendo io in queste prime fasi di lavorazione (a tal proposito, ecco la sua pagina FB: https://www.facebook.com/?ref=tn_tnmn#!/illustratorvanessarubino?hc_location=stream!).
Lasciando l’ambito “fumetto e sceneggiatura”, entriamo in quello dei racconti e della narrativa più tradizionale, con quello che è stato (praticamente in assoluto) il mio primo passo in questo dissestato terreno.
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre uscirà un libro incentrato completamente sul paese in cui abito, Peveragno, sulla sua storia e sulla sua festività principale: la fiera di S. Andrea, la fiera più antica di tutto il Piemonte. Un gran primato per un centro abitato che ha appena accolto come una grande novità il porfido lungo il proprio centro storico, non trovate? Per questo libro, mi è stato chiesto di inventare 10 mini-storie che si snodano dal XIII° secolo fino a oggi, tenendo sempre come punto di riferimento Peveragno e la fiera di S. Andrea; un lavoro su commissione che molti potranno ritenere di poco conto (che facciano pure, gli idioti), ma che mi ha dato la possibilità di scoprire un paio di cose interessanti non solo sulla storia di Peveragno, ma sulla Storia in generale e mi ha spinto a riconsiderarne altrettante su me stesso: ho cercato, nel mio piccolo, di rifarmi a La voce del fuoco di Alan Moore (prima che tiriate pietre in direzione dello schermo del pc ammetto di averlo preso a esempio soltanto per la struttura del lavoro!). L’ho fatto con impegno, ecco.
E penso che al di là della grandezza del progetto, questa sia la cosa importante.
Infine, cercherò di intrufolarmi in qualche concorso letterario. Il primo sarà probabilmente il “Premio Letterario Nazionale Edgar Lee Masters” con un racconto in stile horror… vi terrò aggiornati in merito.

Ecco, più o meno, quello su cui sto lavorando in via “ufficiale” in questo periodo: ci sarebbero ancora un altro paio di cosette, ma al momento non posso parlarvene. State certi che lo farò.
Per ora vi lascio con quello che sarà l’accompagnamento musicale di ogni post di questo tipo, che parla di me e di quello che faccio: “Road Trippin”, dei Red Hot Chili Peppers.
 

A presto, cyber-sailors!
Simone